Gioco
Da Calci fino all’Ucraina e ritorno: il viaggio di Oskar per salvare la sua e altre sei famiglie
Allo scoppio della guerra moglie e figlio si trovavano nel paese invaso. «Sono senza lavoro, grazie agli aiuti degli italiani che hanno pagato le spese per la mia partenza»
CALCI. Un abbraccio, rincorso per oltre 1.300 chilometri. Un ricongiungimento, seppur temporaneo, alimentato dalla generosità dei calcesani. Centinaia di euro. Donati a più riprese per portare in salvo una famiglia “adottiva” e altre decine di persone. Scampate alla tempesta di bombe scatenata dalla Russia e finite ai confini ucraini in attesa di una meta da raggiungere.
Non ha mai smesso di accelerare Oskar Rizon, 35 anni ucraino residente a Calci. Da quando, il 24 febbraio, le prime colonne corazzate russe hanno oltrepassato i confini ucraini, ha percorso 5.800 chilometri.
Non si è limitato a portare sua moglie Tania, 28 anni, e suo figlio Oscar, tre anni, al riparo. «I soldi donati da alcune persone di Calci mi hanno permesso di fare la spola tra i confini ucraini e la Repubblica Ceca salvando sei famiglie», dice.
Erano partiti da Calci ad inizio febbraio Tania e il piccolo Oscar per stringersi temporaneamente alla famiglia d’origine in Ucraina. Un soggiorno che si è trasformato in un incubo. «Sentiamo le esplosioni, sono iniziati i bombardamenti» le prime, confuse, telefonate di Tania ad Oskar nel cuore della notte. L’invasione russa era cominciata. Per Tania, il nonno, i suoi genitori ed Oscar nessuna alternativa alla fuga. In macchina raggiungono la frontiera con la Romania. Contemporaneamente Oskar inizia un lunghissimo viaggio. La Romania la destinazione. Riportare in Italia la famiglia, l’obiettivo.
«Qualche mese fa ho perso il lavoro – dice – . Non avrei potuto sostenere le spese per un viaggio così lungo». Sono bastate poche parole e i primi orrori della guerra trasmessi in diretta tv. Un signore di Calci dona ad Oskar 500 euro.
Soldi necessari per raggiungere Sighetu Marmatiei, il luogo dove il 35enne avrebbe dovuto ricongiungersi con la famiglia, lì dove i profughi ucraini continuano ad attraversare i confini verso la Romania. Oltre 1.300 chilometri. Percorsi da Oskar senza soste. Poi una telefonata della moglie. «I controlli sono diventati ingestibili, le autorità ci dicono di andare via. Mio padre non può lasciare il Paese (è in età “arruolabile”, ndr) . Loro restano in Ucraina».
Il nuovo punto d’incontro diventa Valea lui Mihai, cittadina al confine tra Romania e Ungheria, a 300 chilometri di distanza. «Era notte – ricorda Oskar -. Dopo oltre due giorni siamo riusciti finalmente ad abbracciarci». Poche parole, tante lacrime.
Il piede affonda di nuovo sull’acceleratore. La nuova destinazione è la Repubblica Ceca, dove la comunità ucraina ha organizzato un punto per l’accoglienza dei profughi in fuga dalla guerra. «Ho perso il lavoro – dice il 35enne -. A Calci abbiamo per il momento poche possibilità per mantenerci. Mia moglie ha scelto di raggiungere la Repubblica Ceca dove, insieme ad Oscar, è ospite di una famiglia. Tania sta lavorando per aiutare chi scappa dalla guerra e organizzando aiuti umanitari per l’Ucraina. Lei lo fa lì, io a Calci». Una vita a rincorrere il riscatto sociale, quella del 35enne, materializzato a Calci quando, da clandestino, è arrivato nel 2011. Nessun documento, nessun lavoro. Un difficile, ma progressivo inserimento, fino all’ottenimento di un permesso di soggiorno. Poi il lavoro, seppur precario. Il sogno di un riscatto che andava lentamente concretizzandosi messo in bilico dall’emergenza sanitaria e dalla perdita, lo scorso autunno, di quell’impiego che rappresentava l’unica entrata. L’impegno nel volontariato, faro di una vita costruita su altruismo e generosità.
«Durante il viaggio, alcune persone di Calci hanno continuato a sostenermi economicamente – prosegue il 35enne -. Ho deciso di impiegare quelle risorse per aiutare gli ucraini in fuga. Dalla Polonia e dalla Romania ho accompagnato sei famiglie in Repubblica Ceca». Dopo 5.800 chilometri percorsi, giovedì scorso il ritorno a Calci, dove Oskar ha iniziato a lavorare per organizzare e spedire aiuti umanitari in Ucraina. «Dieci anni fa ho perso mio padre e so cosa significa crescere senza un genitore. Ho deciso di non imbracciare le armi perché non voglio che mio figlio cresca senza suo padre – conclude Oskar -. Continuerò a combattere la mia guerra, ma le mie armi sono la solidarietà e la generosità».
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