Gioco
Una palestra a loro nome, tornano ad esultare gli indimenticabili “giapponesi di Pontedera”
Soddisfazione per la proposta del sindaco di intitolazione della struttura al Polo Carlesi. Due ex campioni suggeriscono di modificare la dicitura
PONTEDERA. La magia è la stessa. L’esultanza anche. È un po’ come tornare indietro di mezzo secolo. Gioire sul filo del rasoio per aver strappato l’ultimo punto sotto rete e vincere il campionato. Perché la possibilità di intitolare una palestra della città (quella che sorgerà nel nuovo Polo scolastico Carlesi) a Fabrizio Nassi e alla “Zoli”, il mitico team che da un piccolo quartiere di provincia volò in serie A, è una vittoria. I protagonisti di quell’avventura leggendaria, i cosiddetti “giapponesi di Pontedera”, apprezzano la proposta del sindaco Matteo Franconi e, come loro abitudine, fanno squadra.
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«Siamo felici dell’idea che il sindaco ha lanciato per celebrare le origini sportive della nostra esperienza e ricordare Fabrizio. Ne lodiamo la sensibilità e ne condividiamo gli intenti. Anche perché è da diversi mesi che lavoriamo a una petizione su questo tema. Ancora non l’abbiamo presentata, aspettavamo che guarisse per chiedere un appuntamento». Così Fabio Innocenti e Alessandro Lazzeroni, compagni di squadra e amici di Nassi raccontano un retroscena sconosciuto che però calza a pennello con la volontà di non dimenticare un grande campione e con lui l’esperienza della Zoli.
«Diciamo – ci scherza su Innocenti – che sia il sindaco che la cognata di Fabrizio che ha fatto girare sui social un appello sempre per gli stessi motivi, ci hanno bruciato sul tempo. Però siamo orgogliosi di queste iniziative parallele che sosterremo con la nostra raccolta firme che ormai ha quasi raggiunto le 500 adesioni».
Il mondo dello sport si è mosso per perorare la causa del capitano dei Gabbiani d’Argento e delle sue origini. E tutto questo sostegno non è un caso perché i “giapponesi” diventarono dei miti per la generazione pontederese degli anni Settanta ma anche per gli appassionati futuri del volley. «Ci chiamavano così – spiega Innocenti – perché giocavamo a pallavolo con schemi mai visti primi in Italia e che fino a quel momento, avevano messo in pratica solo i colleghi del paese del Sol Levante».
Velocità, tecnica e finte per ingannare gli avversari, tutti fisicamente più prestanti. «È stata una parentesi di sport fantastica», ricorda Innocenti che anche oggi continua ad allenare. Così come allenatore e fondatore di un impianto sportivo a Pisa, il Dream Team, è Lazzeroni. «Era la metà degli anni Sessanta e abbiamo ottenuto successi incredibili partendo da un campo sterrato dell’oratorio al quartiere Oltrera. In pochi anni siamo arrivati in serie A».
L’Us Zoli è nata ufficialmente nel ‘67, figlia dell’intuito di don Vasco Bertelli che insieme al dottor Emilio Zoli, da cui riprende il nome, decise di costituire un’organizzazione sportiva. «Eravamo allenati da Claudio Piazza che, oltre alla pallavolo, ci ha insegnato l’impegno e la disciplina. Facevamo allenamenti di cinque ore. Non c’erano feste. Ed era fondamentale – ripercorre il filo della memoria Innocenti – per tenersi il posto da titolare essere presenti e avere buoni voti a scuola. Ci siamo però divertiti tanto, fratelli in un sano spirito goliardico».
Stagioni indimenticabili e una carrellata di vittorie che hanno portato poi Nassi, Innocenti e Lazzeroni in maglia azzurra ai mondiali di Roma del 1978. «Abbiamo imparato i valori dell’amicizia, l’amore per lo sport e passato momenti che non dimenticheremo. Insieme a noi hanno giocato tanti altri atleti come Alberto Barsotti, Fabio Tamberi, Carlo Montagnani, tanto per citarne alcuni. È per questo, per ricordare proprio tutti, che proporremo un altro titolo per la palestra. Avremmo pensato a “Fabrizio Nassi e i giapponesi di Pontedera”. Perché in fondo Fabrizio è stato un super campione ma alla Zoli si sono succeduti diversi capitani». E lo spirito di squadra fa sempre la differenza. Il fair play scorre nel sangue insieme alla passione per il volley. Cuore e coraggio. Oggi come allora. Tredicenni, questa l’età quando iniziarono a giocare, con qualche ruga e capello bianco in più.
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