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Quattro alberi, un monito: «Tramandare ai giovani il dolore di quella strage»

Francesco Turchi
Quattro alberi, un monito: «Tramandare ai giovani il dolore di quella strage»

A Terricciola la piantumazione in ricordo dei caduti sul lavoro nella tragedia di Morrona: Fabrizio, Ilaria, Giovanna e Vasco. Il sindaco Mirko Bini: «Sono passati due decenni ma la “guerra” continua»

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TERRICCIOLA. Il dolore è ancora tutto lì, nel cuore e negli occhi dei familiari devastati da quel boato che fece tremare la Valdera. Ma almeno ora c’è anche un simbolo di rinascita. Anzi, quattro. Come le vittime di quella maledetta esplosione che alle 18. 05 del 23 novembre 2001 causò una strage sul lavoro.

Vent’anni dopo, quella comunità devastata dal lutto, ha trovato la forza di organizzare una cerimonia. Che non è servita certo per ricordare, visto che nessuno tra coloro che l’hanno vissuta può dimenticare. Ma che era necessaria per alimentare la Memoria, per tramandare alle future generazioni una ferita che non può e non deve rimargimarsi. Fabrizio Sansone, 21 anni di Chianni. Ilaria Tani, 30 anni di Terricciola; sua zia e compaesana Giovanna, 50 anni. Vasco Squarcini, 46 anni di Soiana. Persero la vita nell’esplosione della “Ciandri Pirotecnica” di Morrona. Si trovavano a lavoro quando un blocco di 150 metri della fabbrica di fuochi, adibito a deposito di petardi, venne spazzato via. Ora i loro nomi sono incisi in quattro targhe ai piedi di altrettanti alberi piantati nel parco della Rimembranza a Terricciola.

Il simbolo della vita, scelto per ricordare ogni “caduto sul lavoro”, come è stato scritto accanto ad ogni nome e cognome, insieme alla data della strage. Che finalmente è stata ricordata grazie a un’idea di David Tani, che quel giorno perse la sorella e la zia e subito raccolta dal sindaco Mirko Bini.

E proprio il primo cittadino, ha aperto la cerimonia sulle note della Filarmonica Monterosso: «All’epoca ero uno studente, stavo tornando dall’università. Mi trovavo in auto, fermo all’incrocio del Bottegone della calzatura, sentii una vibrazione fortissima. Ogni membro di questa comunità – ha detto commosso il sindaco sotto gli occhi pieni di lacrime dei familiari – si ricorda esattamente dov’era in quel terribile momento. Per noi è impossibile dimenticare. Ma c’è una generazione che non sa. E deve sapere».

Anche perché purtroppo, vent’anni dopo, le stragi sul lavoro, sono terribilmente d’attualità. La cerimonia a Terricciola si è tenuta appena ventiquattr’ore dopo il crollo della gru a Torino, che ha causato la morte di tre operai: «È una “guerra” continua. Ogni giorno c’è qualcuno che esce di casa per andare a lavorare e non fa ritorno dai suoi cari. Il lavoro – sottolinea Bini – è sacro, ma deve essere prima di tutto sicuro. Ecco perché è importante tramandare il sacrificio di Ilaria, Giovanna, Vasco e Fabrizio». Che sono rimasti nel cuore della comunità: «E oggi – dice David Tani – vorrei ringraziare tutti gli abitanti di Chientina, di Soiana e di Soianella. E di Terricciola. Lo faccio a distanza di vent’anni perché in quei giorni eravamo travolti dal dolore. Ma tutti ci sono stati vicini, non ci hanno mai fatto sentire soli».

Proprio davanti a lui c’è Simona Panicucci, all’epoca 26enne, unica superstite della strage. David la ringrazia per la presenza. Lei piange mentre le passano davanti agli occhi, come milioni di altre volte, quei momenti drammatici: «Li porto sempre con me – ripete Simona –. Sono i miei angeli, mi danno la forza per andare avanti nei momenti più difficili. Non è stato semplice stamani (ieri, ndr) venire qui. Ma sono felice di questa iniziativa». Che mette al centro l’albero, «il polmone della terra – aggiunge la figlia di Giovanna, Agnese Buti, presente alla cerimonia insieme al fratello Mirco e al padre Furio – un simbolo bellissimo. Grazie a chi ci è stato vicino quel giorno, così come oggi». In una giornata in cui i ricordi riaffiorano spinti dal dolore. Come quello raccontato da Barbara Tani: «Una sera, circa un mese prima di morire, mia sorella Ilaria era un po’ preoccupata, come può accadere a tutti noi», presa dal lavoro e da un matrimonio imminente. Ma quello stato d’animo si rivelò un terribile presagio: «Mi disse, così dal niente, “se dovessi morire, mettimi nella bara un foglio bianco e una penna. Così vi posso scrivere da lassù”. E io l’ho fatto».

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