Concia, numeri in crescita ma sotto i livelli pre-Covid
All’assemblea annuale il presidente e imprenditore di Santa Croce Nuti ha predicato prudenza, ma anche puntato l’obiettivo sulla promozione
SANTA CROCE. Prudenza, ma anche necessità di promuovere l’eccellenza della pelle italiana nelle parole del presidente dell’Unione nazionale industria conciaria (Unic) Fabrizio Nuti durante l’assemblea annuale di ieri. L’imprenditore di Santa Croce e massimo dirigente dell’ente di categoria che rappresenta circa 1.200 aziende, 17.500 addetti e indirizza il 75 per cento della sua produzione annua all’export, ha parlato di «emergenza sanitaria ancora in corso» che «induce alla massima prudenza».
A fine 2019 l’industria conciaria registrava un fatturato in calo del 6 per cento, un –9 per la produzione e l’export in calo dell’8 per cento. Valori calati drasticamente nel 2020, anno d’inizio della pandemia (fatturato a –23 per cento, produzione a –16 per cento, export a –25 per cento. «Poi, è arrivato il 2021, che si sta concludendo e si è caratterizzato per difficoltà di approvvigionamento e l’aumento, anche a doppia cifra, delle pelli e dei prodotti chimici, dei costi energetici, che stanno spingendo l’inflazione – ha aggiunto Nuti –. Ora è essenziale non registrare perdite di marginalità a fine anno». I dati parlano di fatturato al +23%, export +25%, produzione +13%, con rialzi diffusi (e spesso a doppia cifra) in tutti i principali comprensori e su quasi tutti i segmenti produttivi per tipologia animale e destinazione d’uso. I valori, in conclusione, restano sotto i livelli di produzione e fatturato pre-pandemici tra il 5 e il 20%, «ma speriamo che il 2022 ci possa riportare a una piena normalità», ha sottolineato il presidente.
Sul fronte della promozione dell’eccellenza della pelle italiana, Nuti ha detto che «è importante far sapere a tutti che ciò che è stato fatto in Italia in termini di investimenti alla ricerca di una sostenibilità completamente circolare, non è stato fatto in nessuna altra parte del mondo. E questo è un fatto e non è in discussione. Però la presenza di realtà all’estero meno attente ai problemi sociali, di sicurezza e ambientali, finisce col danneggiare l’immagine dell’intero comparto».
E ancora: «La nostra realtà produttiva basa da sempre il suo valore su un sistema territoriale che la alimenta e ne viene a sua volta alimentato. Non possiamo non riconoscere che lo sviluppo e il successo di noi piccole e medie imprese lo dobbiamo ai distretti e al loro sistematizzare un modello che rimane unico al mondo, quello della concia italiana».
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