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I cent’anni di Renata, scampata all’eccidio nazista in Padule

Marco Sabia
I cent’anni di Renata, scampata all’eccidio nazista in Padule

I tedeschi non raggiunsero la sua casa ma uccisero padre e fratello del futuro marito. Su quella terra dove per una vita ha fatto la contadina

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FUCECCHIO. Renata quel giorno c’era, quando sul Padule di Fucecchio scese il buio del terrore e il giogo nazista strinse fino a soffocarla un’area dove avevano trovato riparo tantissimi sfollati della guerra. I tedeschi credevano – o meglio volevano far credere, per giustificare in qualche modo la loro rappresaglia – che nel Padule si nascondessero i partigiani, i quali da mesi fiaccavano le attività del nemico in ritirata. Quell’Eccidio perpetrato dai nazisti nel Padule di Fucecchio – grazie anche all’aiuto di collaborazionisti italiani – il 23 agosto del 1944, costò oltre 170 vittime; sul numero esatto ancora si discute, si va da 174 a 176, l’Atlante delle Stragi nazifasciste parla di 174. Si tratta del terzo più cruento eccidio della storia toscana, dietro soltanto a quanto avvenuto a Sant’Anna di Stazzema (560 vittime, di cui 130 bambini) e Civitella in Val di Chiana (244); i testimoni e i sopravvissuti sono purtroppo sempre meno, per questioni anagrafiche.

Ma ieri a Fucecchio una superstite ha raggiunto il traguardo delle 100 candeline. Quel 23 agosto 1944 i reparti della 26ª Panzerdivision seminarono il terrore più puro: ad una donna anziana, inferma e cieca fu messa una bomba a mano nel grembiule, col risultato che morì dilaniata dell’esplosione senza nemmeno aver contezza del pericolo; un giovane carabiniere sfollato – hanno raccontato successivamente alcuni sopravvissuti – fu prima crivellato di colpi e poi un soldato gli sottrasse l’anello di fidanzamento regalatogli dalla fidanzata, semplicemente mozzandogli un dito. Per ricordare tutte le nefandezze di quel giorno non basterebbe un’antologia dell’orrore, perché nessuno venne risparmiato. Senza contare che in Padule i partigiani non c’erano, la popolazione sfollata era composta da civili inermi. Intere famiglie muoiono in casa o nel tentativo di scappare gettandosi nei fossi o fra la vegetazione; ad un certo punto al cimitero fu necessario scavare delle fosse comuni, perché i posti erano finiti.

Quel giovane carabiniere si chiamava Dante Guidi, che destino ha voluto non diventasse il cognato di Renata Bellandi, sopravvissuta all’Eccidio semplicemente perché quel giorno i tedeschi non raggiunsero la sua abitazione al Tacchio di Massarella. Renata ieri ha spento 100 candeline, nonostante ogni acciacco; nel 1948 sposò Ferruccio (all’anagrafe Raffaello) Guidi, a cui il 23 agosto 1944 furono uccisi il fratello Dante e il padre Giuseppe. Non fu facile entrare in una famiglia così devastata dal dolore, ma che comunque riuscì a ripartire. Una vita a lavorare i campi in Padule – dalla saggina al sarello – senza mai lasciare l’amata Massarella. È la zia di Firenza Guidi, regista e anima di Elan Frantoio. Che ieri si è complimentata con affetto con la zia per un traguardo che pochi fortunati hanno avuto la fortuna di celebrare. E Renata è stata festeggiata idealmente anche da tutta Fucecchio, grazie alla visita del sindaco Alessio Spinelli (massigiano come lei).

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