Gioco
Il cameriere d’onore del papa che donò il suo patrimonio archeologico e librario
La struttura è intitolata a monsignor Mario che 260 anni fa fece un regalo speciale alla sua Volterra
la storia
Da poco è trascorso l’anniversario, il 260°, di donazione dell’imponente patrimonio archeologico e librario che mons. Mario Guarnacci il 15 settembre 1761 decise di donare alla sua città, Volterra, dove era nato il 25 ottobre 1701. In realtà la biblioteca e il museo erano già stati aperti al pubblico da quando lo stesso monsignore aveva fatto definitivo ritorno da Roma dove aveva trascorso la maggior parte della vita, impegnato nei prestigiosi e remunerativi incarichi che i papi gli affidavano.
L’elezione al soglio di Pietro del fiorentino Clemente XII, al secolo Lorenzo Corsini, gli spianerà la strada della carriera ecclesiastica, certamente meritata per le doti di studioso. Tra queste ricordiamo la nomina a cameriere d’onore di sua santità, quella di canonico di San Giovanni in Laterano e San Giovanni dei Fiorentini, nonché auditore del cardinale Salviati, prefetto della Segnatura di giustizia e Legato di Urbino; diversi anni dopo divenne addirittura decano del Tribunale della Segnatura apostolica. Mentre il successivo Benedetto XIV gli conferì l’incarico di terminare l’imponente opera sulla vita dei papi e dei cardinali, lasciata incompiuta da Alfonso Chacòn e dall’Arduino: l’esemplare esecuzione del lavoro, effettuato dallo studio diretto degli atti conciliari e dai documenti di archivio, gli procurò grande fama e apprezzamento, ma anche la nascita delle prime forti invidie nell’ambiente romano. Per queste ragioni e per la salute malferma, Guarnacci nei primi anni cinquanta del Settecento fece definitivo ritorno a Volterra, mantenendo quasi tutti gli incarichi romani.
È lo studioso locale Lorenzo Bacci che ci guida nella dettagliata e certosina ricostruzione della vita di mons. Mario Guarnacci al quale va dato il grande merito di aver recepito fra i primi, e in maniera continuativa, il concetto secondo il quale le testimonianze materiali del periodo etrusco, non soltanto avevano la stessa dignità dei ricercatissimi reperti greci e romani, ma possedevano intrinsecamente la validità di veri e propri documenti storici. Anche da questa lungimirante intuizione nascerà l’esigenza di conservare questi documenti all’interno di spazi appositamente dedicati e con criteri espositivi validi ai fini dell’insegnamento.
Dopo molti anni di intensi studi e pubblicazioni – rammenta Bacci – riuscì a dare alle stampe la sua opera più celebre e anche controversa: “Origini italiche o siano Memorie istorico-etrusche sopra l’antichissimo regno d’Italia e sopra i di lei primi abitatori nei secoli più remoti”. In esso si affermava che il potere e la presenza etrusca in realtà si erano estesi su quasi tutta la penisola, arginata soltanto dalle invasioni galliche del IV secolo a.C., lasciando ampie possibilità di manovra e possibilità di conquista a Roma. Se in effetti, in questo modo veniva straordinariamente anticipato il tema ancora oggi poco discusso, dell’Etruria Padana, dall’altro si manifestava un’esagerazione valutativa che in effetti viene palesata nel secondo tomo della stessa opera, dove si cercava di dimostrare che gli aspetti più importanti della cultura greca erano di derivazione etrusca. Questa seconda questione – è ancora lo studioso Bacci a rilevare con forza – attirò su di lui ovvie polemiche, al quale rispose in maniera netta e perentoria con altri libri dedicati.
Nel 1738 Guarnacci cominciò a intraprendere la ricerca archeologica a Volterra e nelle campagne limitrofe, aiutato assiduamente dai fratelli Pietro e Giovanni, e dall’anno successivo dal vecchio compagno di studi Anton Francesco Gori. Era la prima volta che venivano concepiti degli scavi sistematici sul colle etrusco e le scoperte non erano più condizionate dal rinvenimento più o meno fortuito dei contadini nel lavorare la terra. Spesso acquistò i terreni dove voleva eseguire la ricerca, impegnando le sue sostanze economiche.
Intanto la collezione privata di Mario Guarnacci era stata spostata in due stanze al piano terra del palazzo di sua proprietà in piazza San Michele dopo che era già aperti al pubblico la sua vasta biblioteca e l’archivio, capace da subito di attrarre l’attenzione e la visita dei maggiori studiosi del tempo e dei molti studenti che intendevano formarsi nello studio delle antichità italiche.
L’ingente collezione aveva risvegliato gli appetiti e le pretese dei nipoti, scatenando dei veri e propri contrasti giudiziari. Inizialmente queste controversie scoraggiarono fortemente Guarnacci, tanto che provò più volte a vendere la raccolta alla corte di Vienna, suscitando però ben poco interesse nell’imperatore. Per fortuna nostra e di Volterra, fa notare Lorenzo Bacci. E soltanto dopo aver vinto la causa con un nipote, era il 1759, arricchì ulteriormente la raccolta con i reperti provenienti dalle terme di San Felice e di Vallebuona. Quindi nel 1761 la donazione alla città di Volterra, confermata dai testamenti del 1762 e del 1770; infine, nel 1779, chiarì la natura giuridica della collezione archeologica e della biblioteca, dotandole di una rendita annua di 120 scudi: nasceva in sostanza una vera e propria Fondazione, in qualche modo soppressa solo negli anni Ottanta del Novecento. Forse senza l’opera di Guarnacci non si sarebbe mai formata la cultura e la sensibilità di un altro valente sacerdote cresciuto nell’ambiente volterrano, Orazio Giovannelli (Rivalto, 7 giugno 1698-Terricciola, 6 luglio 1765). E forse senza l’attività di Guarnacci, il suo coetaneo Giovannelli non avrebbe mai avuto la premura di conservare l’urna cineraria etrusca databile al II secolo a.C. che rinvenne nel 1752 durante i lavori di ampliamento del coro dell’arcipretura di Terricciola e che dette avvio alla ricerca archeologica in Valdera.
P.Fa.
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