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marco sabia
fucecchio. Ci sono episodi – nella storia postbellica del nostro paese – che spesso sono rimasti sottaciuti, oppure direttamente messi contro il muro, nel cosiddetto Armadio della Vergogna. Ma ci sono anche uomini che hanno dato l’anima per far riemergere certi eventi. Anche perché, come diceva Primo Levi “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. E fra quelle anime che si sono sbattute affinché la conoscenza non scomparisse assieme alle vite dei superstiti, c’è stato sicuramente il giornalista del Tirreno Riccardo Cardellicchio, fucecchiese scomparso pochi giorni fa, il 14 agosto, all’età di 82 anni. La sorella Angela – nel ricordare il fratello dal pulpito della chiesa dove se ne stava il celebrando il funerale – aveva sottolineato che se n’era andato a pochi giorni da quell’anniversario a cui Riccardo teneva particolarmente, perché coltivare e diffondere la memoria della strage del Padule era stata una delle sue missioni. Quell’Eccidio perpetrato dai nazisti nel Padule di Fucecchio – grazie anche all’aiuto di collaborazionisti italiani – il 23 agosto del 1944, costò oltre 170 vittime innocenti; sul numero esatto ancora si discute, si va da 174 a 176, l’Atlante delle Stragi nazifasciste parla di 174. Si può dire che è stato anche grazie a Cardellicchio e al suo libro “L’estate del ‘44” se conoscere è stato possibile.
Il 77° anniversario
Oggi ricorre il 77° anniversario del terzo più cruento eccidio della storia toscana, dietro soltanto a quanto avvenuto a Sant’Anna di Stazzema (560 vittime, di cui 130 bambini) e Civitella in Val di Chiana (244); i sopravvissuti sono purtroppo sempre meno ma se gli esseri umani invecchiano e poi ci lasciano, per fortuna i libri rimangono come monito eterno. Per questo abbiamo deciso di ripercorrere la storia di quella barbarie attingendo dal libro di Riccardo Cardellicchio.
Il libro
Già alla vigilia dell’Eccidio, i tedeschi stavano preparando la loro “vendetta” contro quei partigiani che in Padule proprio non c’erano. Dalle prime pagine del libro: “Il 22 agosto, gli Alleati entrano in Firenze, da giorni liberata dai partigiani. Alla villa Giusti di Monsummano il colonnello Crasemann, dopo aver ricevuto la notizia, ordina al maggiore Joseph Strauch: distruggere case, ricoveri ed esseri umani esistenti nella zona. Di più: Vernichten (Annientare)”. Ciò per eliminare tutto quanto può tornare a profitto dei partigiani o di coloro che in qualsiasi modo danno loro aiuto o ricetto. Il maggiore Joseph Strauch non discute l’ordine. A sua volta lo trasmette ai reparti della 26ª Panzerdivision e s’appresta ad installare il comando operativo nei pressi di Ponte Buggianese. Nel comando, un maresciallo maggiore austriaco s’avvicina a un italiano e lo informa a bassa voce: “Stanotte, grande lago (il Padule, ndr) kaput”.
Matteoni, il primo morto
Poche ore dopo e c’è già la prima vittima: “Sono le due. Guido Matteoni è già morto. È stato il primo morto della strage. L’hanno preso su un barchino . Il Matteoni viene messo in una grande buca che da giorni è stata preparata non si sa bene per ordine di chi”. Ci sono anche famiglie che vengono spazzate via dal crepitio delle mitragliatrici, come i Guidi di Massarella: “Poco più in là dal punto in cui è morto il Matteoni, al porto di Guido, quattro persone di una stessa famiglia (i Guidi), che abitano in località Tacchio, non riescono a sfuggire alle raffiche di mitra. Sono: Angiolo, settantadue anni, pescatore, e il figliolo Quinto, diciannove anni, bracciante; Giuseppe, cinquantotto anni, giornaliero di campagna, e il figliolo Dante, 27 anni, carabiniere. Si sparpagliano, cercano riparo dietro la vegetazione nelle fosse. Inutile. Vengono falciati uno dopo l’altro”. Stessa sorte tocca ai Malucchi, dopo che i tedeschi hanno attraversato la Nievole: “Ad un centinaio di metri, duecento forse, c’è un’altra pattuglia. Spara a più non posso”.
La mattanza
“La famiglia Malucchi è falcidiata. Muoiono le donne, i vecchi e tre bambini, rispettivamente di cinque mesi, sei ed otto anni. Muoiono altre persone nelle capanne incendiate. Si salvano soltanto due donne che, ferite gravemente, si fingono morte”. L’orrore non si ferma nemmeno dinanzi agli infermi. Anzi, si acuisce in un vortice parossistico: “Fra i morti si muove una vecchia cieca. È Carmela Arinci, 93 anni. Non si rende esattamente conto di quello che sta succedendo. Chiama i familiari, vuol sapere: Perché non mi rispondete?. Inciampa in un corpo. Sta per chinarsi, la mano tesa, quando un nazista le va accanto. Toglie la spoletta ad una bomba a mano, gliela infila in una tasca del grembiule quindi, rapido, si allontana. Ancora qualche secondo e la donna è straziata dall’esplosione”.
I morti sono così tanti che non c’è nemmeno più spazio per dargli degna sepoltura: “Iniziai un’opera pietosa – ricorda don Quiriconi –. Si portarono al cimitero con carretti a braccia i poveri morti straziati. Nel camposanto non c’era più posto e trovarono sepoltura in fosse comuni”. Le truppe tedesche, oltretutto, impiegano gli sfollati in Padule come “schiavi” e poi li uccidono: “Erano stati presi fin dal mattino (racconta un sopravvissuto) e più volte erano stati inviati ora l’uno ora l’altro presso le famiglie a prendere acqua, pane o altro pei tedeschi, mentre l’uno o l’altro rimaneva come ostaggio. Se uno non fosse tornato gli altri sarebbero stati uccisi. Tutti, per salvare i compagni di sventura, puntualmente ritornarono dalle loro ingrate missioni. Ma a nulla valse. Forse proprio quando era già stata loro promessa la libertà e l’incolumità e già si avviavano verso il Capannone per tornare alle loro case, il ferro tedesco li colpì alle spalle, a tradimento”.
Un sopravvissuto
Per qualcuno, invece, per fortuna l’ora non è ancora giunta: “Nel gruppo dei Borghini, un ragazzo di diciassette anni, figliolo del Pieri, agente di pubblica sicurezza, avanza incespicando. Gli tremano le gambe. Li mettono in fila e sparano. Il ragazzo sviene una frazione di secondo prima. Il sangue del vicino gl’imbratta il viso e i vestiti. Sembra morto. È caduto con le mani sulla testa. Il comandante della pattuglia estrae la pistola e dà a tutti il colpo di grazia. Spara anche al Pieri. Non una, ma due volte. E tutte e due le volte colpisce senza accorgersene una mano. Quando riprende i sensi, i nazisti sono già lontani”. Terminata la mattanza, il giorno dopo il maggiore Strauch riceve la visita di un giudice militare. È stato mandato per svolgere un’indagine sull’accaduto. Dirà Strauch: “L’inchiesta fu fatta alla buona, amichevolmente”.
La liberazione
La liberazione dall’incubo è rappresentata da un aereo alleato: “L’aereo fa ancora due, tre giri a bassa quota, poi plana ai piedi della collina. Ed è tutto un correre, allora, giù per i viottoli, fra gli sterpi, oltre le fosse, senza pensare alle mine; giù verso i liberatori, donne, bambini, uomini, piangendo ridendo gridando. Quei due soldati alleati, i primi a toccare il suolo di Fucecchio, dai volti anonimi, quell’apparecchio piccolo, quasi un giocattolo, cancellano, sul momento, immagini strazianti, ore di terrore, giorni e giorni di sangue e di morte”.
L’Eccidio del Padule di Fucecchio – che segue di undici giorni quello di Sant’Anna di Stazzema – fu un crimine di guerra commesso da un reparto della 26ª Divisione corazzata tedesca, agli ordini del generale Peter Eduard Crasemann, il 23 agosto 1944. Crasemann morirà in carcere nel 1950, ma rimane praticamente l’unico ad aver (almeno parzialmente) scontato le proprie colpe. Le famiglie delle vittime non smettono di chiedere giustizia, ma molti dei militari coinvolti nell’Eccidio sono rimasti in Germania sebbene condannati (spesso all’ergastolo) e nel frattempo sono deceduti “serenamente”. Anche la richiesta di un risarcimento danni alla Germania continua a scontrarsi contro un muro di gomma. Oppure contro un armadio appoggiato di faccia a un muro. Forse servirebbero meno muri e meno armadi e più libri come quello di Cardellicchio.© RIPRODUZIONE RISERVATA
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