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Don Divo, il prete santo di Palaia

Don Divo, il prete santo di Palaia

Si apre la sessione dell’inchiesta diocesana  sulla vita e le opere del prelato 

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Per don Divo Barsotti è successo un po’ - ci sia consentito l’accostamento - come per Giovanni Paolo II. Al momento della sua morte, la mattina del 15 febbraio 2006 a quasi 92 anni, in molti iniziarono a intravederne l’inizio di un cammino di santificazione. Soltanto che il polacco Karol Wojtyła, ai cui funerali campeggiavano vistosi striscioni “Santo subito” (morì il 2 aprile 2005, le esequie furono l’8 e 3 milioni di persone raggiunsero Roma per rendere omaggio alla sua salma) fu beatificato da Benedetto XVI il 1° maggio 2011, ed è stato proclamato santo da papa Francesco il 27 aprile 2014. La festa è il 22 ottobre.

Per don Divo Barsotti siamo ancora in viaggio sul lungo percorso che lo porterà agli onori degli altari. Di passi ne sono stati fatti visto che il prossimo 25 settembre (ore 16) la basilica della Santissima Annunziata di Firenze vivrà la «sessione di apertura dell’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù eroiche e sulla fama di santità e di segni del servo di Dio, don Divo Barsotti».

La cerimonia sarà presieduta dall’arcivescovo di Firenze, il cardinale Giuseppe Betori e si aprirà con il canto dei Vespri. Seguirà il giuramento di tutti gli officiali della causa, chiamati all’incarico ricevuto e a mantenere il segreto d’ufficio. Il delegato episcopale, padre Agostino Ziino nella sua duplice veste di moderatore generale della comunità e di postulatore della causa, illustrerà ai presenti il cammino che si dovrà intraprendere. Egli è anche responsabile dell’Archivio Barsotti e ha curato biografie e riedizioni di molti scritti di don Divo. Ora è il postulatore designato dalla Comunità.

Quello di fine settembre, è da considerarsi un altro step verso la beatificazione del “prete di Palaia” dopo che l’editto divulgato a novembre scorso dall’arcidiocesi di Firenze è rimasto esposto in tutte le chiese della giurisdizione ecclesiastica fiorentina, in maniera che tutti ne prendessero visione.

Al vescovo di San Miniato, mons. Andrea Migliavacca fu stata data la possibilità di «poter divulgare a sua discrezione l’editto» essendo stato don Barsotti di Palaia, parrocchia sotto la diocesi sanminiatese. Evento che fece dire al prelato di essere «più che soddisfatti. Abbiamo non soltanto affisso nelle varie parrocchie l’editto, ma lo abbiamo divulgato anche attraverso il sito internet della diocesi».

Nell'editto si invitavano i fedeli a far pervenire all'arcidiocesi di Firenze ogni tipo di scritto (anche lettere, diari, manoscritti) riferibile a don Barsotti e a fornire notizie utili per avvalorare la fama di santità di cui gode, ovvero l'opinione generalizzata, manifestata pubblicamente dalla maggior parte del popolo di Dio, sulla vita virtuosa di questo candidato alla beatificazione.

E ora ecco la sessione di apertura dell’inchiesta diocesana di cui, ovviamente, lo stesso mons. Migliavacca è più soddisfatto che mai per questo ulteriore passo avanti verso la beatificazione di don Divo. La sessione di apertura dell’inchiesta diocesana del 25 settembre, prenderà in esame tutto lo studio complesso dell’ingente mole di scritti editi di don Divo che ha coinvolto 86 censori teologi scelti fra studiosi noti per la loro competenza.

L’editto emanato a novembre faceva seguito alla richiesta presentata il 25 settembre 2014 dalla comunità dei Figli di Dio di introdurre la causa di beatificazione del suo fondatore don Divo Barsotti. Il quale aveva compiuto diverse esperienze in ambito educativo e pastorale, dopo anche quelle iniziali di eremita a Monte Senario (sempre sulle alture di Firenze). Era penultimo di nove fratelli; ordinato sacerdote, svolse servizio nelle parrocchie della diocesi di San Miniato, fu un insegnante al seminario e anche collaboratore con l’Osservatore Romano. Si trasferì a Firenze grazie all’interessamento di Giorgio La Pira e per otto anni fu cappellano di un istituto religioso femminile. «Cerco Dio solo»: tre parole, un impegno di vita.

Era nato a Palaia il 14 aprile 1914 e fondò a Settignano la comunità dei Figli di Dio nel 1948 con religiosi e laici che nel tempo si sarebbero sparsi in tutto il mondo. Autore di oltre 500 titoli tra libri e saggi, scrittore, poeta e predicatore, don Barsotti è unanimemente riconosciuto come una delle figure più luminose della Chiesa del secolo scorso.

Libri e saggi che spaziano dalla liturgia alla dogmatica, dalla vita spirituale al monachesimo russo, dalla spiritualità francescana alla poesia. Dal 1955, appunto, ha vissuto a Settignano in un piccolo eremo dal titolo che richiama l’espressione più alta del monachesimo russo, San Sergio di Radonez.

«La ragione della Comunità è il primato della vita di preghiera e dell’unione con Dio, quel primato che finora sembrava essere il fine della vita claustrale e oggi dev’essere il fine di tutti i figli di Dio, nel matrimonio e fuori, nel mondo e nel chiostro». E don Divo proseguiva: «Nella Comunità, si vive la propria vocazione. Per questo chi vive nella solitudine e nel silenzio deve vivere senza staccarsi, anzi rimanendo unito a chi vive nel mondo, e chi vive nel mondo non deve sentirsi staccato, anzi dev’essere unito a chi vive in solitudine e silenzio» come scriveva in una pagina del suo diario nel lontano 1964.

Concludeva: «La Comunità è una cosa grande. Si vive la propria vocazione nella Comunità, precisamente in questa unità di tutti nell’amore, unità non soltanto interiore ma concreta, viva, efficace. Bisogna che spezzi le resistenze. Dio vuole questo da me. Non l’imitazione e la ripetizione di tanti istituti che vivono delle opere e per le opere, non l’imitazione e la ripetizione di tanti ordini che vivono in clausura o in monastero. È la Comunità dei Figli di Dio».

Venne chiamato ripetutamente da monasteri, seminari, gruppi di laici. I suoi corsi di esercizi e la sua predicazione erano memorabili: la sua parola era appassionata, viva, profonda, energica. Nel 1971 fu chiamato in Vaticano a predicare gli esercizi spirituali al papa Paolo VI e ai membri della Curia romana.

Il suo messaggio si può condensare nella sua proposta di una vita mistica proposta a tutti, basata sulla contemplazione del mistero di Dio nella vita dell’uomo che assume tutto il creato e la realtà sociale in cui vive portandola a Gesù Salvatore con una preghiera continua e con la vita sacramentale.

«La spiritualità cristiana di don Divo è contemplativa, liturgica, escatologica, ma – annota padre Serafino Tognetti in un suo bel saggio – da viversi nella vita ordinaria, comune, portando la luce di Dio nel mondo nella trasformazione del proprio essere in una conversione continua e in un progetto di santità che sia alla portata di tutti, perché basata sul Battesimo».

La comunità dei Figli di Dio è presente in Italia e nel mondo con più di duemila membri che si vogliono impegnare a una vita di preghiera.

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