Sicurezza
«La didattica a distanza ha allontanato ancora di più i ragazzi “difficili” dalla scuola»
La testimonianza di Giani, professore del Checchi di Fucecchio: sempre più complicato lanciare loro un salvagente
scuola in salita
marco sabia
La didattica a distanza è stata una risorsa in un contesto di emergenza, di quelle che “o bevi o affoghi”. Ma è chiaro che collegarsi da un computer per sentire la spiegazione, prendere appunti o essere interrogati non è la stessa cosa che farlo in presenza, soprattutto quando si parla di ragazzi e di ragazze che vengono da contesti non semplici, dove la scuola è uno degli ultimi appigli. A raccontare un caso emblematico di questo tipo, narrando la vicenda di un ragazzo del Professionale di Fucecchio è il professore di religione Tommaso Giani, diacono, uno di quegli insegnanti che intende la professione anche molto oltre il ruolo che ha in cattedra.
Giani, futuro sacerdote cresciuto alla scuola di don Andrea Gallo e don Armando Zappolini, racconta l’impatto della didattica a distanza in famiglie che avrebbero bisogno che i loro andassero assolutamente in classe, per non “smarrirsi”: «Giorgio (nome di fantasia) è uno degli studenti che ho perso in questo anno scolastico complicatissimo. Un anno che ha fatto una selezione tremenda, peggio di un tappone pirenaico al Tour de France. Ogni zona rossa un gran premio della montagna di prima categoria. Salite chiamate “100 per cento dad”, pendenze che tagliano le gambe a tutti i ciclisti più in difficoltà, quelli che si trascinavano un malessere già dalle tappe precedenti, o quelli presentatisi ai nastri di partenza in crisi di risultati o di identità. Fuor di metafora, sto parlando degli studenti che vivono situazioni familiari estreme: tipo un babbo che ti è morto in casa sotto i tuoi occhi due anni fa, di punto in bianco, e una mamma che durante la pandemia perde il lavoro; e te, adolescente che già prima del lutto vivevi su equilibri fragili, senza grandi motivazioni, incerto sul futuro, dopo la doppia scoppola finisci per precipitare. La scuola prova a lanciare un salvagente, ma anche per afferrarla, la ciambella, ci vuole uno sforzo non da tutti. E Giorgio, e i tanti altri come lui, questa ciambella non l’hanno presa».
Perché può accadere che su due classi di 20 alunni – o su un’unica classe da 30 – all’esame arrivino in 12 o in 15, mentre gli altri si perdono lungo il percorso. «Invece i ragazzi persi sono un muro di gomma contro cui rimbalza qualunque tentativo. Se li chiami rispondono a monosillabi. Se gli parli di voti fanno spallucce. Se li inviti fuori da scuola, tipo a un torneo di calcetto o a mangiare una pizza col prof, ti inventano che hanno altro da fare. Quanta frustrazione, per noi professori. E poi ci sono le loro mamme. Le mamme del Professionale. Donne molto spesso prive di un livello di istruzione superiore. Donne che si spezzano la schiena in lavori faticosi: in un supermercato, in un calzaturificio, in una cucina. Niente letture impegnate e niente passatempi mondani. Le mamme del professionale sono donne consumate dalla fatica e dall’angoscia per le difficoltà dei loro figli a cui non riescono a stare dietro, pur volendo loro un bene dell’anima. Alcune di queste mamme mi scrivono su Whatsapp, di tanto in tanto. Sono disperate e mi chiedono aiuto. Sanno che il loro figlio sta per bocciare, e loro (come me, del resto) non riescono a farci niente».
E quindi che fare? Come riuscire a far prendere quel salvagente a dei ragazzi ai quali il diploma permetterebbe di trovare un lavoro migliore e meglio pagato? Conquistarsi la loro fiducia, far percepire loro di non essere sbagliati né un peso per l’insegnante.
Il “come” lo spiega Giani: «A volte basta poco: tipo segnarsi i compleanni facendosi dare le date di nascita dei tuoi studenti in segreteria; e quando arriva il giorno, andare a cercare tizio, portartelo al bar prima che cominci la lezione, e fare colazione insieme, oltre che fargli gli auguri. Oppure andare a cercare alla fine dell’ora lo studente che ti ha messo il broncio, e invitarlo a fare due chiacchiere a cuore aperto, facendogli capire che gli vuoi bene, e che non hai niente di personale nei suoi confronti. Oppure, per chi vuole osare e investire qualcosa in più a livello di tempo e di passione, invitare gli studenti a passare un po’ di tempo con te fuori dalla scuola: un laboratorio pomeridiano, una gita allo stadio, una pizza insieme. Se crescono i rapporti a tu per tu poi anche il tuo lavoro in classe fa il salto di qualità».
Ed è questo il lavoro che va oltre la cattedra, la “presenza” che fa la differenza in un’epoca fatta di distanze: «Perché quando i ragazzi ti vogliono bene smettono tendenzialmente di prenderti in giro. Ti rispettano di più, ti riconoscono come un punto di riferimento. E qualcosa in più, nelle spiegazioni, resta impresso. E il lavoro di professore, oltre ogni pastoia burocratica, oltre ogni sconfitta e oltre ogni limitazione, torna finalmente a profumare di magia». —
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