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Nasce un disciplinare per pelle e cuoio biodegradabili

Nasce un disciplinare per pelle e cuoio biodegradabili

Realizzato dai Laboratori Archa, il protocollo è stato validato dal dipartimento di Chimica dell’Università di Pisa  

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santa croce. Restituire la pelle alla natura, riportando nell’ambiente un prodotto di origine organica che nasce come scarto dell’industria alimentare. È l’ultima frontiera nella sfida della sostenibilità che vede impegnate le aziende del settore conciario, determinate a chiudere il cerchio di un comparto che mai come adesso – dopo il terremoto giudiziario dell’inchiesta keu sullo smaltimento dei fanghi tossici che secondo Procura e Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Firenze sono stati smaltiti al di fuori delle regole con la complicità di imprenditori vicini alla’ndrangheta – vuol portare dentro i prodotti un messaggio che parli di ambiente e circolarità.

È la sfida per la biodegradabilità delle pelli, non più soltanto in acqua ma anche in compost, per dimostrare che una pelle conciata, se rispetta certi parametri, può essere “digerita” nel terreno e diventare nutrimento per piante e microrganismi. Un obiettivo che spesso è già realtà, ma che fino a oggi mancava di dati certi e scientificamente dimostrati. Nasce da qui la ricerca condotta dai Laboratori Archa di Pisa, centro di eccellenza nel campo della chimica applicata, che ha messo a punto il primo disciplinare al mondo per misurare la biodegradabilità di pelle e cuoio. Un sistema validato dal dipartimento di chimica dell’Università di Pisa e certificato da Certyquality, che d’ora in poi consentirà al gruppo Archa – e agli altri laboratori che vorranno farsi accreditare – di rilasciare alle concerie un apposito marchio di biodegradabilità. Archa lavora stabilmente con altri laboratori e aziende del settore, offrendo anche consulenza a concerie e ditte di prodotti chimici sui temi della qualità, dell’ambiente e della sicurezza. Ed è proprio prendendo a modello le procedure usate per verificare le prestazioni delle cosiddette bioplastiche che i ricercatori di Archa hanno pensato di fare altrettanto con pelli e cuoio. «L’obiettivo era fornire gli elementi tecnici e scientificamente inattaccabili per tenere in piedi il messaggio di sostenibilità che le concerie vogliono agganciare ai loro prodotti – dice Patrizia Turchi, vicepresidente di Archa – Così ci siamo documentati, accorgendoci che la norma Uni per il settore parla soltanto di biodegradabilità in acqua, relativamente ai residui di pelle presenti nei reflui conciari destinati a depurazione. Noi abbiamo provato ad andare oltre». Così, grazie al conseguimento di un apposito finanziamento e con la collaborazione di una conceria di Santa Croce sull’Arno, Archa ha messo a punto il protocollo per testare la degradabilità di una pelle conciata, stabilendo criteri e procedure del test, ma anche i parametri da rispettare per potersi definire davvero biodegradabile. «Insieme all’Università di Pisa e sulla base della letteratura in merito – spiega Turchi – abbiamo stabilito che per essere accettabile una pelle deve risultare biodegradabile al 90% in acqua e all’80% in compost». Alla base deve esserci ovviamente una pelle o un cuoio a basso contenuto di metalli: solo così si può dare inizio a un test che, nel caso del compost, richiederà sei mesi di tempo. Sei mesi nei quali la pelle viene sminuzzata e messa a macerare, misurando ogni giorno l’anidride carbonica prodotta dal processo di digestione. Il compost ottenuto verrà poi setacciato e usato per far crescere delle piantine, che saranno a loro volta analizzate per verificare che non risultino tossiche.

Al termine del test, tramite una società creata appositamente e denominata Techa, il gruppo Archa rilascerà un marchio di biodegradabilità alle concerie che vorranno far misurare le prestazioni dei propri pellami. L’ente di certificazione Certyquality, che ha verificato e approvato il protocollo, avrà il compito di ispezionare le concerie ai fini dell’ottenimento del marchio. –

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