Gioco
«Arrivava prima il suo sorriso, poi lui Oggi Adam ci ha fatto il regalo di unirci»
Il ringraziamento dell’Imam a don Elvis: «Grazie, siamo qui tutti insieme». Il padre: «L’investitore non ci ha mai chiamati»
Libero Red Dolce
cascina. Si alza la dolce nenia del muezzin dagli altoparlanti del campetto dell’oratorio della chiesa di San Lorenzo. La campana prende a dondolare qualche istante dopo; il batacchio colpisce le pareti interne e annuncia l’arrivo del feretro che porta la bara del piccolo Adam Fatmi. Si spezza l’incantesimo che aveva tenuto tutti sospesi al campetto: è tempo di piangere il dodicenne strappato alla vita da uno scontro in bici contro uno scooter.
C’è una costante nei presenti che vanno ad abbracciare il papà e la mamma di Adam, quasi come se si fossero messi d’accordo: oltre agli abbracci, alle condoglianze, in tanti ripetono la stessa frase: «Siete stati un esempio». E a vederli, mentre vivono le ultime ore prima di sotterrare il loro primogenito, si capisce subito il perché.
Il papà aspetta il feretro all’ingresso del campetto, circondato da parenti e amici. Passa da un abbraccio all’altro, finché non arriva il carro funebre. Si stacca a quel punto e gli va incontro. Abbraccio la bara bianca, piegato sulle ginocchia. Un bacio e poi lascia che venga portato sotto ai due gazebo dove un po’ di ombra dà ristoro in una giornata dal caldo quasi estivo.
Lì sotto lo attende un gruppo di dolore, con al centro la mamma, si è disposto a semicerchio attorno ai tappeti dove viene appoggiato il feretro. C’è una maglia bianca in una bacheca, una maglia da gioco di calcio. Il nome di “Adam” e sotto il numero 1. Tutto intorno le firme dei compagni di squadra di Adam, che sono venuti tutti al campetto con le maglie blu. Quella che anche Adam ha indossato in chissà quanti pomeriggi di spensierata allegria tra allenamenti, partite e sogni di gloria.
Cascina piange uno dei suoi figli. La comunità è presente: più di un centinaio, occhi umidi, disposti attorno alla bara.
È l’imam a parlare a nome della famiglia al microfono. «Voglio ringraziare tutti per essere qui e per l’affetto che state dimostrando alla famiglia per la scomparsa di Adam. Questa cosa non è strana per il popolo italiano, che ha u na lunga storia di civiltà. Un popolo che conosce la solidarietà e l’amore. Dio ci ha unito, Allah ci ha unito e per questo dobbiamo ringraziare Adam. Questo abbraccio è stato possibile grazie a lui e anche se oggi è un giorno di dolore e di lacrime, dobbiamo pensare che lui è dove la vita inizia di nuovo. In un posto dove c’è beatitudine, dove c’è benessere. Grazie a don Elvis che ci ha dato la possibilità di riunirci qui tutti insieme».
Al funerale sono presenti anche le istituzioni. C’è il sindaco Michelangelo Betti e il vicesindaco Cristiano Masi, che peraltro si trovò a passare accidentalmente dal luogo dell’incidente pochi attimo lo scontro costato la vita ad Adam. E c’è l’assessora al sociale Giulia Guainai. L’amministrazione ha voluto che fosse esposto il gonfalone del comune, listato a lutto. Due agenti, stoici sotto il sole battente, lo reggono in un ideale saluto alla bara. Il padre si avvicina per ringraziare e c’è l’occasione per un piccolo sfogo. «Adam ha incontrato il suo destino a quell’ora e in quel posto. E non c’è niente da fare per questo. Ma perché chi lo ha investito non si è mai fatto sentire? Perché non ci ha mai chiamati? Non si fa così».
E alle maestre che si fanno avanti per le condoglianze chiede: «Com’era Adam a scuola». «Arrivava prima il suo sorriso. Poi lui», dice di rimando una di loro.
Tutto intorno tanti bambini. I compagni di squadra sono schierati a osservare la bara dove sta il loro amico. Sempre abbracciati. E c’è spazio anche per la vita: la sorellina minore di Adam e la giovane zia si avvicinano alla bara. Sussurrano qualcosa, parlano a bassa voce. E a un certo punto, quando la donna le dice qualcosa all’orecchio, la piccola sorride e bacia la bara. È la forza di una famiglia e di una comunità. —
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