Il dolore
«Moglie come oggetto sessuale»: condannato
Quattro anni per un episodio di violenza, maltrattamenti e lesioni. La donna: «Anche se dicevo no lui andava avanti»
Buti. La moglie che al momento delle nozze diventa una “proprietà”. E che per effetto del matrimonio ormai appartiene al marito.
Non può rifiutarsi di fare sesso quando l’uomo lo pretende. La sottomissione come regola da osservare. L’alternativa sono le botte. Una concessione di vita coniugale che ieri è diventata una sentenza di condanna.
Il protagonista in negativo di questa storia è uno straniero (omettiamo il nome per tutelare la parte offesa, ndr) che è stato condannato a quattro anni per diversi episodi di maltrattamenti, lesioni aggravate e uno di violenza sessuale.
Per un secondo caso contestato assolto. È il verdetto inflitta ieri mattina dal primo collegio del Tribunale (Mirani, Iadaresta e Messina) dopo la richiesta di una pena di otto anni da parte del pm Giancarlo Dominijanni.
L’imputato, 33enne, era in aula al momento del verdetto. Ha scontato quasi due anni tra carcere e domiciliari.
Difeso dagli avvocati Letizia Giovannetti e Massimo Parenti, l’uomo si era sposato con un’italiana dalla quale ha avuto una bimba. La donna non si è costituita parte civile.
In aula raccontò la sua verità: «Sì, mi picchiava. E quando voleva fare sesso e io ero contraria a volte lo assecondavo, ma per compiacerlo. Spesso non volevo e lui lo faceva lo stesso».
«Mi ha scritto una lettera quando fu arrestato dicendomi che ero il suo angelo – aveva spiegato l’ormai ex moglie –. Mi scrisse che era nervoso per il lavoro. Io non ho risposto e lui non mi ha più cercata. Con i suoi parenti non ci sono problemi».
La sequela dei capi di imputazioni raccontano una convivenza da incubo. La moglie intesa come una donna che non deve dire di no al marito perché con le nozze è diventata una cosa sua. E così, in un contesto di prevaricazione che per l’imputato diventano la norma, quando la moglie si rifiutava di avere rapporti intimi l’approccio coniugale diventava abuso.
Una violenza sessuale che in un’occasione, stando alle accuse, aggiunse allo stupro il disprezzo verso l’essere umano. Il marito, furioso per i rifiuti della moglie, prese un coltello e la ferì a una gamba. Uno stigma di proprietà, un marchio padronale impresso sulla carne non della mamma della sua figlia, ma di una merce. Il 33enne non aveva voluto fare ricorso a riti alternativo, come l’abbreviato che gli avrebbe fatto ottenere in caso di condanna lo sconto di un terzo della pena. Aveva scelto il dibattimento convinto che le accuse di violenza e di botte, se non quotidiane di sicuro frequenti, fossero destinate a cadere.
Un’ipotesi che in dibattimento non ha trovato riscontri e che, anzi, ha portato a chiarire meglio i contorni di una vicenda delicata e dolorosa. Entro 90 giorni saranno depositate le motivazioni della sentenza e la difesa potrà presentare appello. —
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