Gioco
Soltanto 5 posti al giorno nel centro disabili, i genitori: siamo disperati
“la farfalla” di castelfranco, capienza ridotta al minimo per le misure anti-covid
CASTELFRANCO. Molti di loro passano le giornate senza sapere più cosa fare. Insofferenti, agitati, spesso incapaci di contenere o di sfogare quegli istinti che fanno parte della natura umana. Ne fanno le spese i genitori, molti dei quali anziani, chiamati a gestire dalla mattina alla sera l’irrequietezza e la smania dei figli costretti per la prima volta dentro le mura di casa.
Sono i disabili del centro diurno “La Farfalla” di Castelfranco, struttura gestita dalla Asl e ospitata nei locali della Rsa “Selene Menichetti” di via Calatafimi, che prima della pandemia, ogni giorno, accoglieva contemporaneamente 28 persone con disabilità.
L’arrivo del virus aveva bloccato tutto, sconvolgendo inevitabilmente la vita delle famiglie. Eppure ancora oggi, dopo che tutti i ragazzi sono stati vaccinati, la situazione non è affatto cambiata: in base alle regole anti-Covid l’immobile può ospitare solo 5 persone contemporaneamente, col risultato che ogni ragazzo può essere preso in carico da “La Farfalla” solo per un giorno o due alla settimana. Da qui la disperazione delle famiglie, costrette ogni giorno a gestire il tempo vuoto dei figli, a dispetto dell’età e degli acciacchi. È il caso di Rodolfo Lotti, 81 anni, di Castelfranco, residente in via Manzoni insieme al figlio 50enne. «Soffro di epilessia e adesso ho pure una vertebra fratturata – racconta –. Ogni giorno mi ritrovo con mio figlio che gira per casa chiedendomi “che si fa” e “dove si va”. Prima invece aveva modo di socializzare e tornava la sera rilassato: non vedeva l’ora di raccontarmi quello che gli avevano detto gli altri. Adesso lo vedo peggiorato, regredito, ma io non so più cosa fargli fare».
Una disperazione che diventa rabbia nel confronto con altri centri analoghi della zona. «Gli altri centri diurni dell’Asl hanno tutti riaperto, magari all’80%, ma da noi non si arriva nemmeno al 50», fa notare Marcella Venturini di Galleno, che racconta di aver scritto alla Asl e perfino al presidente Eugenio Giani per avere una spiegazione. «Alla fine – spiega – mi hanno risposto solo che i locali di Castelfranco risultano idonei per 5 persone. Si potrebbe salire almeno a 12 ma servirebbe un terzo bagno: abbiamo chiesto di utilizzare il bagno dei visitatori o quello degli educatori ma non abbiamo avuto risposta».
Oltre al disagio, del resto, tutti i genitori lamentano un’evidente peggioramento nelle capacità relazionali e di autocontrollo dei propri figli. «Noi non riusciamo più a dormire – raccontano i coniugi Giancarlo Pellegrini e Laura Mazzanti di Orentano –. La notte nostra figlia si sveglia, va all’armadio e inizia a tagliare i vestiti. È peggiorata». A mancare sono del resto i momenti di socialità che il servizio riusciva a garantire prima della pandemia.
«Gli operatori della cooperativa sono eccezionali – dice Anna Maria Mainardi di Castelfranco – ma adesso non possono più fare attività. Prima i ragazzi andavano al mercato, in palestra, in piscina: si riempivano le giornate e facevano gruppo tra di loro, tornando la sera più tranquilli». «In questo modo i ragazzi regrediscono – aggiunge Manuela Toci di Montopoli –. Chi è responsabile dei centri diurni deve prendere provvedimenti: se quell’immobile non è più idoneo se ne trovi uno più grande. Altrimenti andremo noi a incontrare i responsabili della Asl insieme ai nostri figli». «È un diritto di questi ragazzi – conclude Marcella Venturini – ma anche un dovere delle istituzioni occuparsene». —
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