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Pontedera

Santa Croce stordita e impaurita dall'inchiesta: «Una macchia difficile da lavare»

Cristiano Marcacci
Santa Croce stordita e impaurita dall'inchiesta: «Una macchia difficile da lavare»

Viaggio nel cuore del distretto ferito dal terremoto giudiziario tra timori per l’occupazione e l’ambiente. E c’è chi grida al complotto 

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SANTA CROCE. Ore 12 di un martedì mattina. Il cielo su Santa Croce è nuvoloso, come l’umore di un territorio ancora intontito, frastornato, in parte incredulo ma soprattutto confuso. Un cliente esce da un negozio col cellulare all’orecchio: «Ma che ti stupisci? È sempre stato così, era il segreto di Pulcinella», dice ad alta voce. Nessuno commenta ma tutti sanno perfettamente a cosa si riferisce. Perché da quasi 2 settimane nel comprensorio non si parla d’altro, da quando la Dda di Firenze ha scatenato un terremoto che sta facendo tremare il distretto nelle fondamenta. «Perché qui non si parla più di una singola azienda che magari ha fatto qualcosa di losco, ma del sistema su cui da decenni si regge tutto quanto», commenta un signore di mezza età che esce dalla Caffetteria Giannini in piazza Matteotti, erede dello storico bar Renata ritrovo dei conciatori.

«Io non so se c’è stato davvero qualcosa di illegale – aggiunge l’amico che esce dopo di lui – ma è l’Associazione Conciatori che fino a oggi ha permesso alle concerie di continuare a lavorare, preoccupandosi della depurazione e dello smaltimento». Un sistema consortile fra pubblico e privato quello messo in piedi lungo le sponde dell’Arno. Un sistema che fino a mercoledì era considerato un modello e che di colpo, stando all’accusa, diventa un’organizzazione criminale.

Possibile? Se lo chiedono in tanti a Santa Croce e non solo. Perché qui nel Valdarno tutto ruota attorno alle pelli, non tanto per i 6mila addetti diretti ma per un indotto enorme che abbraccia ogni attività: dai numerosissimi istituti di credito fino alle decine di estetiste, parrucchieri e centri estetici, tutti espressione del benessere diffuso dal distretto. «Sappiamo di non vivere all’Abetone, ma negli ultimi venti o trent’anni la situazione ambientale è migliorata», ci dice un santacrocese che lavora in conceria, ricordando quanto ancora oggi fosse difficile scrollarsi di dosso il bollino di terra inquinata e puzzolente. A questo sono serviti del resto gli investimenti per la depurazione. Un modello appunto, che continuamente portava nel comprensorio delegazioni in visita da ogni parte del mondo, che venivano ad Aquarno per scoprire il sistema della depurazione biologica, ma anche per visitare l’inceneritore dove nasceva il famigerato keu che ha dato nome a tutta l’indagine. Il tutto era un vanto dai conciatori e degli amministratori locali, a dimostrazione della circolarità del “sistema Cuoio”.

Un vero e proprio bluff, invece, a detta degli inquirenti, per i quali proprio lo smaltimento del keu avrebbe messo in collegamento conciatori e aziende controllate dalla ‘ndrangheta.

«I rifiuti speciali ormai sono gestiti tutti dalle mafie», commenta un operaio appena uscito dal turno in conceria. «Però sono vent’anni che si sente parlare dei fanghi conciari usati per fare le strade» ribatte un collega, evidenziando come il tema fosse ampiamente conosciuto da tutti. Eppure è proprio la tempistica dell’indagine a scatenare le tesi dei complottisti: «Alcuni sostengono che dietro ci siano i concorrenti di fuori Toscana – afferma un altro lavoratore –: vogliono gettare discredito su Santa Croce per poi prendersi tutto a prezzo di saldo».

A prescindere da come andrà a finire il danno sembra fatto: l’immagine del distretto modello, capace di far stare in equilibrio sostenibilità economica e ambientale ne esce clamorosamente a pezzi. «È un danno enorme – ci confessa un imprenditore a microfoni spenti –. Anche se l’impianto accusatorio crollasse, nella testa dell’opinione pubblica resterà sempre una macchia difficile da lavare. Servirà tanto tempo e tanto lavoro per riabilitare la nostra immagine». –
 

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