Il Tirreno

Pontedera

stampa e creatività

Martina si è costruita una tipografia in casa

Marco Sabia
Martina si è costruita una tipografia in casa

Il sogno realizzato dall’ex grafica precaria 36enne di San Miniato Basso: ha scommesso sull’artigianato e ora “salva” caratteri a rischio-discarica in giro per l’Italia

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Che cos’è un sogno? A cosa si è disposti a rinunciare pur di raggiungerlo? Roberto Benigni dice che “Se ci chiudono la porta dei sogni, siamo già morti”. Deve averlo pensato anche Martina Vincenti, grafica 36enne di San Miniato. Perché la sua storia – fondamentalmente – è la rivincita del sogno.

Martina, infatti, dopo una vita ad occuparsi di comunicazione e grafica – spesso da precaria in giro per la Toscana – un anno e mezzo fa ha deciso di stravolgere la propria esistenza per rincorrere il suo sogno. Ma quale? Fare la tipografa, visto che nel frattempo si è innamorata dei caratteri e delle vernici che stanno dietro la creazione dei suoi prodotti, rigorosamente artigianali. Una storia che potrebbe essere a presa a modello per una generazione che – per molti motivi – spesso rinuncia a rincorrere i propri sogni. Il famoso posto fisso canzonato nei film di Checco Zalone, vera chimera al giorno d’oggi. E quindi perché non provare ad essere felice, lottando per i propri desideri? Oltretutto Martina è entrata in un mondo – quello della tipografia – che viene percepito come prettamente maschile, ritrovandosi a volte vittima di una diffidenza ancestrale. Ad esempio – più di una volta quando stava cercando dei caratteri per la stampa – si è sentita dire: “Sì, ma il titolare dov’è?”. Martina in passato ha lavorato – tra gli altri – per Oliviero Toscani, curando l’immagine per brand come Artemide, Genertel, Pam, Panorama. Nel 2009 ha fondato un’agenzia di comunicazione, seguendo clienti come Eudaimon, Esso, Wind, Coop Adriatica, Edison.

Nel frattempo ha peregrinato per anni come insegnante di grafica, assumendo incarichi sempre a tempo determinato. Fino alla sua sliding door, fin quando non ha detto metaforicamente “Eureka”: «Nell’estate 2019 – racconta – mi sono presa una vacanza per decidere del mio futuro: sono partita da sola alla volta della Sardegna e quando sono tornata avevo la risposta che cercavo. Non credo generalmente nel destino ma ho avuto degli incontri casuali che mi hanno fatto capire che il mio futuro consisteva nel fare la tipografa. E così ho iniziato». Da circa un anno e mezzo si è data un nome non casuale – La Tipografa Toscana – e questa è la sua occupazione, anzi la sua vita; perché a parlarci si percepisce che per lei non è “solo” un lavoro ma qualcosa di più, forse una missione. Tanto che – insieme ad un gruppetto di 10-15 persone da tutta Italia – cerca di salvare il patrimonio tipografico del passato: «Mi è capitato spesso – continua – di venire a sapere che una tipografia in Sicilia o in Veneto stava per chiudere, così son partita immediatamente per evitare che quel materiale finisse in discarica: i caratteri in legno vengono bruciati, quelli in piombo diventano pallini per le cartucce da caccia. Ma quei caratteri hanno una storia e un valore da non disperdere, così come i mobili che li contengono. È una corsa contro il tempo per non farli sparire e tenere viva quest’arte».

Nei giorni scorsi, ad esempio, col suo furgone si è precipitata a Caserta per salvare dalla discarica una pedalina di fine Ottocento, un macchinario che stampa mediante un pedale, che ha chiamato Terzilia come l’amata nonna. Martina non lavora sui grandi numeri, anche perché la sua tipografia è dentro casa: uscio e bottega, come si suol dire, a San Miniato basso, che i locali chiamano “Pinocchio” (e che per molti sembra aver ispirato il Collodi, perché a San Miniato lavorava il padre). Martina su commissione riceve delle richieste a quel punto lascia andare la propria creatività. Ma non basta, visto che poi deve passare ad un macchinario degli anni Quaranta che si chiama “Tirabozze”, grazie al quale imprime su carta simboli, numeri e lettere. Un lavoro certosino, così come pulire i vecchi caratteri che ha contribuito a salvare: «Da piccola giocavo coi Lego e a Tetris e devo dire che mi ha aiutato a gestire gli spazi sul tirabozze; non è semplice, a volte serve molto tempo per giungere alla realizzazione dell’idea che avevo in testa».

Martina accompagna il suo lavoro ad una promozione dello stesso sui social, in quanto il suo mestiere è scarsamente conosciuto nell’immaginario comune: «Le persone – prosegue – si appassionano quando percepiscono il valore di ciò che fai e la passione che ci metti. Nel fare questo, soprattutto in questo contesto, i social sono fondamentali». A questo Martina aggiunge una sensibilità e una delicatezza tipicamente femminili, punti di vista diversi rispetto ad un approccio al mestiere che spesso è percepito come unicamente maschile. “Nel sogno – diceva Cesare Pavese – sei autore e non sai come finirà”. Ma cosa importa di come andrà, se nel frattempo sei felice? —

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