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Carezze sul plexiglass, ma il calore dell’affetto ora scalda i cuori di anziani e familiari

Andreas Quirici
I fratelli Massimo e Andrea Galassini (Foto Valerio Pagni)
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I fratelli Massimo e Andrea Galassini (Foto Valerio Pagni)

Emozioni dalla stanza degli abbracci alla residenza Santa Chiara di Volterra. Ospiti e visitatori divisi dalla plastica per evitare il contagio da Covid 

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VOLTERRA. Due foto che spiegano più di mille parole cosa sta significando per anziani che vivono nelle residenze e i loro familiari l’introduzione della cosiddetta “stanza degli abbracci”. Scatti di Valerio Pagni al Santa Chiara di Volterra che l’azienda di servizi alla persona ha pubblicato sulla sua pagina Facebook per far capire a tutti quanti passi avanti sono stati fatti con questa novità che punta a salvaguardare la fragile salute degli ospiti e quella dei visitatori in tempi di coronavirus. Ma serve anche a far sentire meno solo chi è costretto a essere accudito come un bambino tutti i giorni. E per comprendere a fondo le emozioni di ritrovarsi dopo mesi di fronte alla nonna o al fratello ricoverato, poter parlare e farsi sentire, toccarsi e stringere le mani, anche se con un velo di plastica in mezzo, occorre parlare con i protagonisti di quelle foto. In una si vedono i fratelli fiorentini Andrea e Massimo Galassini, 70 anni il primo, 76 il 21 febbraio il secondo, che sembrano toccarsi con le mani, anche se la pelle è divisa dal plexiglass. Nell’altra c’è Francesca Fazio, 28enne di Saline, mentre accarezza la guancia di nonna Rosina, 97 anni da compiere a marzo.

Scene che toccano il cuore di chi le osserva. Figuriamoci cosa si può provare vivendole in prima persona. «Da quando ho visto la foto con mia nonna – dice Francesca – non posso fare a meno di sentire la lacrimuccia che scende sul viso ogni volta che la riguardo. Mia mamma mi ha detto di stamparla, perché è storica». Nonna e nipote non si vedevano fisicamente da settembre, poco prima delle nuove chiusure per l’aumento autunnale del contagi. «C’erano sempre le videochiamate – dice l’impiegata dell’agenzia di assicurazione Italiana a Saline – ma con una persona così anziana non è sempre facile parlare, malgrado l’impegno degli operatori». Con questa stanza degli abbracci è tutto diverso. Francesca racconta le emozioni provate al primo incontro: «Prima di me è entrato il mio babbo. Tutti e due erano impacciati, non sapevano come comportarsi. Così gli ho detto che avrebbe potuto toccarla e appena l’ha fatto ho visto la felicità disegnarsi sul viso di mia nonna. E quando sono entrata io la prima cosa che mi ha detto è stata: “Dammi le mani”. Le ha strette forte. È stato davvero commovente. In questa maniera, riusciamo a parlare facendole ascoltare bene le nostre parole».

Con la stanza degli abbracci sguardi e voce riacquistano importanza. E poi le mani possono avvicinarsi fino a far avvertire il calore dell’affetto. Come i fratelli Galassini che sembrano toccarsi per davvero. Massimo è arrivato al Santa Chiara dopo una brutta operazione che non l’ha reso più autosufficiente. Andrea, sposato con una volterrana, dopo la pensione è venuto via da Firenze per andare a vivere nella casa dei suoceri con la moglie. E ha fatto arrivare anche il fratello nella città etrusca. «Da ottobre ci eravamo sempre visti dalla finestra o parlavamo tramite i messaggi del cellulare – racconta Andrea – ma vederlo così è tutta un’altra cosa. Ritrovarmi di fronte a lui è stato emozionante. E per un attimo ho ceduto alla commozione». Massimo, dal canto suo, dice che aver visto il fratello “dal vivo”, gli ha fatto molto piacere, «anche se ci sentivamo al telefono tutti i giorni».

Il direttore del Santa Chiara Fabrizio Calastri descrive la stanza degli abbracci come un evidente cambiamento epocale per il momento vissuto nelle residenze per anziani: «Il progetto, realizzato con l’aiuto di Regione e Fondazione Cassa di risparmio di Volterra, è fondamentale per tutti. Qualche anziano pensava di essere stato abbandonato dai familiari durante i mesi di stop alle visite. Ma quando hanno rivisto i loro cari si sono sentiti rinascere». —

Andreas Quirici

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