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L’addio al cinghialaio ucciso a caccia: «Una tragedia che non si può spiegare»

Giuseppe Boi
La moglie, la sorella e i parenti di Mario Molesti durante il corteo funebre di ieri (foto Franco Silvi)
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La moglie, la sorella e i parenti di Mario Molesti durante il corteo funebre di ieri (foto Franco Silvi)

In centinaia al funerale di Mario Molesti, morto a 70 anni per una fucilata partita durante una battuta a Chianni

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Peccioli. Il dolore composto della moglie e della sorella. L’affetto commosso dei nipoti e degli altri parenti. E poi la vicinanza delle amiche della moglie, l’affetto di conoscenti più o meno stretti e infine loro: gli amici cacciatori, con cui Mario Molesti ha trascorso la sua ultima giornata. Mercoledì 3 febbraio erano tutti presenti - nel rispetto dei ruoli, degli affetti e delle sensibilità - al funerale del pensionato di 70 anni morto sette giorni prima durante una battuta al cinghiale a Chianni. Una giornata di caccia drammatica, con quel maledetto colpo esploso da un altro cacciatore che ha ucciso il pecciolese nel giro di pochi minuti. A una settimana dall’incidente di caccia l’ultimo saluto a Peccioli ma non la parola fine alla vicenda, allo strazio, al dolore, perché l’inchiesta in corso dovrà stabilire i motivi della morte ed eventuali responsabilità.

«È una tragedia che non si può spiegare», era la frase ricorrente fra chi, la mattina, è andato a salutare la vittima e i familiari nella camera ardente allestita nella chiesa del Carmine e chi, nel pomeriggio, ha partecipato al rito funebre nella chiesa di San Verano. Centinaia di persone che, alle 14,15, hanno percorso dietro al carro funebre corso Giacomo Matteotti. Un corteo che di fatto ha invaso tutto il centro di Peccioli. Complice la pandemia - e il rigoroso rispetto delle norme di distanziamento garantite dalla vigilanza della Municipale, dei volontari dell’Associazione nazionale carabinieri e della Misericordia - quando la testa del corteo è arrivata in piazza del Popolo, la coda muoveva i primi passi da piazza del Carmine.

Sulla bara di Mario Molesti un cuscino di rose rosse deposto dalla moglie che faceva il paio con quello della sorella e dei nipoti. Poi quelli inviati da amici di famiglia, dalla squadra dei 4 paesi di Fabbrica e un mazzo di rose bianche degli amici della classe 1950, tra cui anche il sindaco Renzo Macelloni, presente tra la circa 50 persone ammesse nella chiesa parrocchiale, mentre almeno altre 200 attendevano all’esterno l’uscita del feretro.

«Di fronte alla morte tragica dell’amico Mario, il dolore è forte e la fede rischia di vacillare – ha detto don Carlo Gronchi prima della benedizione della salma –. Ognuno di noi cerca di darsi delle risposte, di trovare il perché e una spiegazione a tutto questo, ma noi dobbiamo aprire orecchie e cuore al messaggio della speranza. Siamo qui, Mario, insieme alla tua famiglia, ai parenti, ai compagni di caccia e della classe 1950 per dirti grazie di quello che hai fatto insieme a noi. Ti ritroveremo oltre la disgrazia, oltre la morte».

Una morte incomprensibile e inaccettabile. Causata dallo sparo di un fucile come nei peggiori delitti, ma allo stesso tempo avvenuta durante un momento di gioia e divertimento. Avvenimenti tragici che aleggiavano ieri, in una mattinata e un pomeriggio in cui il tempo a Peccioli sembrava sospeso. Choc misto a dolore. Affetto da una parte, voglia di sapere il perché della tragedia da un’altra. Sentimenti contrastanti ma contemporaneamente presenti tanto nei singoli quanto in una comunità in cui tutti conoscono tutti. E in cui si è pianto il morto e pensato al dolore della famiglia. «A volte si incontra il destino quando meno te lo aspetti», diceva un’amica della moglie lungo il tragitto del corteo funebre. «Non c’è niente da fare, povera donna», aggiungeva un’altra. «Speriamo che i nipoti le stiano vicino», concludeva una terza donna. —

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