Sicurezza
Di casa in casa per dare l’allarme In Comune 187 centimetri d’acqua
Ecco un estratto del racconto di quel terribile 4 novembre 1966 «Arrivai in barca al commissariato e ripresi le redini della situazione»
inizio del calvario
«La mattina del 4 novembre con l’autorità della città e un generale che doveva tenere il discorso ufficiale con me in piazza Cavour eravamo in chiesa per la Messa celebrativa, quando un vigile urbano mi venne ad avvertire che l’acqua dell’Era all’altezza della Maternità e alla confluenza dell’Arno, all’altezza dell’ex ristorante Baldini, era così alta che sfiorava il pericolo della tracimazione. Non solo, ma anche che la forza della corrente era molto forte tanto che le pareti degli argini non erano sicure. Appena finita la messa concordai con le autorità e con il generale che doveva partecipare e intervenire con me alla cerimonia, che la manifestazione sarebbe stata sospesa.
(...) Tornai in Comune e con l’assessore Biasci decidemmo di mandare immediatamente una macchina per dire alla gente che eravamo in stato di pericolo e che nessuno uscisse di casa. Mentre eravamo in Comune ci avvertirono che fuori del ponte, all’altezza di una piccola cateratta davanti a piazza Trieste, l’acqua era tracimata. Io e l’assessore Marianelli accorremmo sul posto. L’acqua arrivava fino alla vita. Pensavamo che lì sarebbe stato il massimo punto di rottura degli argini e andammo subito di casa in casa, c’erano case piccole e vecchie, per avvertire gli abitanti gridavamo: “Venite via dalle case. Venite via! ”
(...) Sembrava però che il livello stesse calando, e infatti mentre andavamo a piedi verso il comune mi avvertirono che l’acqua era arrivata in centro perché l’Era aveva rotto gli argini all’altezza del ponte della ferrovia, davanti all’Albereta. Entrai in Comune con l’acqua che già saliva mentre era ovviamente diminuita fuori del ponte. Iniziò il calvario. Rimanemmo bloccati in Comune. Salì il proprietario del bar “La Posta” con un figlio che aveva la febbre e perciò lo sdraiammo sul divano del mio studio. Al piano superiore abitava la famiglia del segretario con una figlia che aveva un bambino piccolino. L’acqua nell’atrio era alta 187 cm, e non si poteva uscire. Ho lasciato un segno sul muro perché non sia dimenticato questo dramma.
(...) I telefoni non c’erano, la luce non c’era: eravamo isolati. C’era un grande silenzio, ma allo stesso tempo si sentiva un grande rumore perché l’acqua veniva con forza dal piazzone lungo il corso. Non era acqua, era acqua e fango.
(...) Finalmente venne un custode delle scuole con una barca. Salii e trascinati dalla corrente uscimmo con forza. Arrivai al commissariato riprendendo le redini della situazione: “Ma dove sono questi anfibi? Avevate detto che venivano, ma non se ne vede mezzo” C’è questo canotto qui e manca poco si muore tutti, il pompiere, io, il capitano”.
(...) Passammo ore terribili fino a che l’acqua cominciò ad allentare la “presa” sulla città».
Giacomo Maccheroni
“Governare la città.
Pontedera (1965 – 1975). Ricordi e riflessioni”,
Tagete, 2021, pp. 34-38
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