Gioco
Franco Vita, quando l’ammiraglia è una casa per decenni al fianco di Martini e degli altri ct
Dei suoi 88 anni portati splendidamente, più di 60 li ha passati sulle strade di mezzo mondo al seguito dei grandi campioni del ciclismo
Un’enciclopedia del ciclismo. Degli ultimi 60 anni delle due ruote. L’umiltà di chi si è costruito da solo. La saggezza di chi è stato accanto per decenni a un grande saggio come Alfredo Martini. La conoscenza di chi ha fatto più di 40 mondiali di ciclismo. La pacatezza di chi sa raccontare le cose ai più giovani affinché imparino. L’esperienza di chi ha compiuto 88 anni e ha una mente al platino. E la voglia di fare più di quella di un trentenne.
Questo e altro è Franco Vita, partito dal basso nel mondo del ciclismo e arrivato a solcare le vie illuminate di una disciplina sportiva che vuole vedere la gente in faccia: sia per fatica che per impegno.
È tornato ad abitare da un po’ di tempo a Vecchiano, dopo un ventennio trascorso a Capannoli. Ma meglio sarebbe dire che la sua casa è l’ammiraglia, meglio sarebbe dire che il suo domicilio sono le strade del pedale, meglio sarebbe dire che il dietro le quinte sono il suo mondo reale. Due occhietti vispi e lesti come le gambe che zampettano sui pedali che lui ha curato con attenzione talvolta maniacale. «Ma perché cerca me per parlare di ciclismo? – risponde alla telefonata con la sua proverbiale quanto disarmante umiltà –. Ci sta gente più importante e qualificata. Non merito tanto».
Non ci sarebbe da scrivere altro, dopo quanto detto finora, di Franco Vita, che iniziò negli anni Sessanta come responsabile meccanico della Uc Vecchianese e poi della Monsummanese. La sua opera non passò inosservata perché si vide subito che sapeva stare “nel gruppo” e che i giovani erano la sua immensa passione. Figurarsi se poteva passare sotto silenzio a una persona attenta e sensibile quale fu Alfredo Martini. Che, infatti, lo volle con sé come capo meccanico quando venne chiamato a dirigere la Ferretti, autentica corazzata invincibile con quei quattro vichinghi scesi dalla Svezia che furono i fratelli Pettersson, il più arguto dei quali, se non il più forte e dotato, fu Gosta che vinse il Giro d’Italia del 1971 e l’anno prima concluse al secondo posto il Tour de France.
«Così ebbe inizio un connubio senza tempo con Alfredo, che anche ora che ci ha lasciato non si è esaurito. Ho imparato tutto da lui – si emoziona Vita – e a lui devo tutto. Davvero».
Quattro anni indimenticabili al team Ferretti di Capannoli, poi quando la formazione lascia il mondo del ciclismo e viene rilevata dalla Sammontana, altri due anni nella squadra del marchio (oggi, con l’inglese che imperversa, si direbbe con il brand) empolese.
Nel 1975 Alfredo Martini è chiamato a guidare la nazionale di ciclismo azzurra e, ovviamente, porta in ammiraglia Franco Vita. «Ma continuai a svolgere anche il mio lavoro alla Ferretti cucine componibili», che nel frattempo lo aveva assunto con il ruolo di capo della produzione semilavorati.
Nell’ambito azzurro un successo dietro l’altro, lui alla guida dell’ammiraglia: 44 mondiali disputati, dieci medaglie d‘oro con i vari campioni che diventano 16 con quelle d’argento. Dal 1975 (primo mondiale con il compianto Alfredo Martini alla guida della Nazionale), Franco Vita non ha perso un mondiale nel suo ruolo, come dire, di factotum della Nazionale italiana. Dopo Martini ha continuato a guidare l’ammiraglia anche con gli altri “cittì” Antonio Fusi, Franco Ballerini, Paolo Bettini e ora Davide Cassani. Insomma, una vera e propria istituzione.
Chi, meglio di lei, può dirci in due parole come è cambiato il ciclismo in oltre mezzo secolo? «Tutto. È cambiato tutto. Prima era il direttore sportivo a dettare i tempi dei corridori, a guidare letteralmente la squadra. Oggi ci sono i preparatori». —
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