Il Tirreno

Pontedera

L’accusa: «Pecorino toscano ma fatto senza latte Dop»

pierluigi sposato

Sotto processo a Grosseto l’imprenditore di Fauglia Massimiliano Busti, titolare della “S.M. Formaggi srl” (Monterotondo Marittimo) 

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fauglia

L’accusa è circostanziata: è quella di aver messo in vendita oltre seimila chili di pecorino toscano Dop che non sarebbe stato però conforme al Disciplinare. La difesa non ci sta e chiede la verifica puntuale di ogni passaggio dei controlli effettuati.

Al centro del procedimento penale che si è aperto a Grosseto davanti al giudice Andrea Stramenga c’è Massimiliano Busti, 50 anni, originario di Cascina e residente a Fauglia, titolare di un rinomato caseificio della zona nord della provincia grossetana, S.M. Formaggi srl, che ha sede in località San Martino di Monterotondo Marittimo. È imputato di aver contraffatto o comunque alterato la denominazione di origine del prodotto agroalimentare: 6.672 i chili di pecorino che, se venduti a 14 euro al chilo, avrebbero avuto un controvalore di 93mila euro. Secondo la Procura, Busti avrebbe usato per la produzione latte non Dop, o quantomeno miscelato, e quindi tale da far perdere la tracciabilità geografica del prodotto, con un conseguente inganno per il compratore in merito a origine, provenienza e qualità del prodotto.

I fatti contestati dall’accusa risalgono al periodo 2016-2017 ed erano emersi nel corso di un controllo effettuato dal nucleo investigativo di polizia ambientale forestale dei carabinieri, una verifica amministrativa iniziata nell’aprile 2017 e compiuta insieme ad Asl e Arpat. L’attività aveva come scopo principale la verifica della tracciabilità del latte in entrata ai fini della commercializzazione del pecorino toscano Dop. Due gli allevamenti di provenienza del latte: quello della moglie di Busti, non imputata, a Fauglia, e uno a Ischia di Castro, anche questo estraneo alle accuse. Entrambi gli allevamenti rientrano nella zona di produzione prevista dal Disciplinare.

Cosa avevano notato i carabinieri forestali? Che al caseificio S.M. non c’era alcuna indicazione in merito all’identificazione come latte idoneo alla produzione di pecorino toscano Dop nei tre serbatoi dove viene stoccato il latte destinato alla lavorazione: un aspetto che invece il Disciplinare indica chiaramente come indispensabile. I militari avevano controllato i documenti, mettendo a confronto i dati di arrivo, lavorazione, trasporto, a partire dal gennaio 2016. Una ventina di episodi diversi, fino al febbraio 2017, che avrebbero tutti evidenziato la produzione di forme di pecorino toscano Dop senza l’utilizzo di latte Dop. Solo per fare un esempio, quello del primo controllo: i carabinieri forestali avevano riscontrato la lavorazione di 1.500 litri di latte con produzione di 130 forme, ma con latte Dop utilizzato per 998 litri, il restante non sarebbe quindi stato Dop e comunque il latte sarebbe provenuto dal tank di stoccaggio numero 1 dove sarebbe stato miscelato con altri 4.400 litri di non Dop. Con questa perdita di tracciabilità e rintracciabilità - avevano concluso i militari - 89 forme sarebbero state vendute come pecorino toscano Dop. Per ogni lavorazione è stata redatta una scheda con i dati di comparazione, segnalando anche che le forme sarebbero state realizzate senza l’utilizzo di latte Dop perché nei giorni indicati nelle schede di lavorazione e raccolta non sarebbe stato raccolto latte Dop. Per ogni lavorazione, i quantitativi di latte e le forme prodotte erano diversificate: poteva trattarsi di poche decine di litri di latte e poche forme, come anche di migliaia di litri e centinaia di forme. Poi i carabinieri avevano messo insieme i dati da loro raccolti e avevano concluso per il quantitativo di 6.672 chilogrammi di pecorino toscano Dop che sarebbe stato prodotto in modo non conforme dal 28 gennaio 2016 al 27 febbraio 2017.

Ieri la viceprocuratrice onoraria Pamela Di Guglielmo ha chiamato a testimoniare uno dei brigadieri che aveva seguito i controlli, un’indagine che aveva incluso le dichiarazioni del responsabile della qualità dello stabilimento (sarà sentito in aula) e documentazione anche fotografica. A lui il difensore di Busti, l’avvocato Antonio Vaiani, ha chiesto più volte di specificare l’esecuzione dei controlli, gli accertamenti sul campo, le motivazioni che avevano portato alla formulazione delle ipotesi di responsabilità dell’amministratore delegato e i riscontri oggettivi che erano stati ricavati. La prossima udienza è fissata per ottobre. —



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