Sicurezza
«Ora rinchiudetelo in cella e buttate via la chiave»
Il fratello della vittima: «Le liti col vicino? Iniziate per un tubo e uno stendino Avevo paura di uscire, ma non pensavo che sarebbe arrivato a tanto»
fucecchio
«Avevo ragione. Ora mettetelo in una cella e buttate via la chiave». Dopo due mesi di rabbia e dolore, di amarezza che spazzava via la speranza («non avevo notizie, ho iniziato a dubitare sull’esito delle indagini»), ha finalmente ricevuto la notizia che aspettava. Il presunto assassino di suo fratello è stato arrestato. «Sì, ma la soddisfazione è minima, perché Roberto non c’è più e nessuno me lo riporta indietro».
I ricordi di una scorrono nella mente di Gilberto, offuscati dal rancore e dal pensiero che va costantemente a quel corpo martoriato («che non mi hanno mai fatto vedere») a coltellate e colpi di mazzuolo: «Avrà patito le pene dell’inferno, poverino». E qui l’armatura si scioglie. Ci pensano le lacrime, che rompono la voce di un uomo che ha perso un punto di riferimento quotidiano, sacrificato dal presunto assassino – secondo quanto è emerso dalle indagini – per colpire proprio Gilberto. Che non si dà pace: «Io l’avevo detto subito ai carabinieri cosa pensavo: negli ultimi tempi avevo paura a uscire proprio per via di quella persona. E il tempo mi ha dato ragione, anche se non pensavo che sarebbe arrivato a tanto. Mi aveva promesso che me l’avrebbe fatta pagare, che mi avrebbe portato in tribunale». Secondo gli inquirenti è andato ben oltre: «La prima litigata con lui (Luigi Cascino, ndr)? Per uno stendino che aveva installato sul terrazzo e per un buco sulla facciata quando ha installato il climatizzatore. Gli dissi semplicemente che avrebbe dovuto sentire anche gli altri condomini, perché in quell’ala dell’edificio ci sono anche tre case di proprietà di mia zia, mentre io ne ho altri tre dall’altra parte: e lui mi rispose “a casa mia faccio come mi pare”. Da quel giorno ha iniziato a guardare le mie cose, a contestare la catasta di legna e gli inerti che ho sotto casa».
Motivi apparentemente futili che scatenano un inferno fatto di esposti incrociati e minacce. Con una data che segna una sorta di spartiacque, un punto di non ritorno: «L’8 marzo 2019. Faccio alcuni lavoretti in giardino col tosaerba e la motosega. Quando vado a riporre gli attrezzi lui mi investe con l’auto. Eppure aveva tutto lo spazio necessario per fare manovra. Altro che incidente. E comunque mi sono fatto un mese di ospedale per la ferita alla gamba e uno di riabilitazione». Gilberto ottiene un risarcimento dalla compagnia assicurativa. E proprio quei soldi – secondo quanto è emerso dalle indagini – potrebbero aver rappresentato la molla che ha fatto scattare la furia assassina di Cascino: «Ma neanche li avesse pagati lui... E poi comunque, perché prendersela con Roberto e non con me? Mio fratello era calmo, contrario ad ogni tipo di violenza. Quando litigavo con quel soggetto, era proprio lui a tirarmi via».
Già, Roberto. Ogni volta che Gilberto pronuncia questo nome, lo accompagna con i ricordi che gli rimbalzano nella mente: «Quando arrivammo qui a Fucecchio da Firenze, nel 2010 – racconta – il medico gli disse che era un po’ sovrappeso e che avrebbe dovuto regolarsi nel mangiare e fare attività motoria. E lui lo prese in parola. Non lavorava, non aveva amici, non frequentava i bar. Iniziò a fare queste lunghissime passeggiate. Mattina e pomeriggio. Qualche volta sono andato con lui, poi purtroppo dopo l’incidente, non ce la facevo più». E proprio durante una di queste camminate solitarie, il 27 settembre scorso, Roberto è stato ucciso: «Non so darmi una spiegazione per una cosa del genere. Forse l’invidia, perché noi abbiamo vari appartamenti di proprietà: ma non siamo gente ricca, dobbiamo tutto ai nostri genitori che nella loro vita hanno fato le “formichine” per garantirci una vecchiaia dignitosa. Invece... guardate come mi ritrovo: con un fratello al cimitero. Mi manca. Io e lui andavamo d’accordo, non abbiamo mai avuto problemi. Era buono, timido ed educato. E me l’hanno ammazzato in quel modo. Spero almeno che diano il massimo della pena a chi l’ha ucciso». —
francesco turchi
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