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Processo Scimmi, la famiglia non si arrende: «Ora mia figlia Sara è stata uccisa due volte»

Daniele Dei
Processo Scimmi, la famiglia non si arrende: «Ora mia figlia Sara è stata uccisa due volte»

Dopo l'assoluzione dell'autista di Santa Maria a Monte, la famiglia della diciannovenne di Castelfiorentino trovata morta sulla 429 il 9 settembre 2017 non vuole arrendersi 

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SANTA MARIA A MONTE. Ha suscitato dolore, rabbia e sgomento la sentenza di primo grado emessa martedì sera al palazzo di giustizia di Firenze in merito al caso della morte di Sara Scimmi, la 19enne di Castelfiorentino trovata senza vita lungo la strada 429 nelle prime ore del 9 settembre 2017.

Con la decisione del giudice che ha scagionato il camionista Milko Morelli, di Santa Maria a Monte, da ogni responsabilità per l'accaduto, l'orologio è di colpo tornato indietro di tre anni, senza che ci sia un colpevole o un perché di tutto quanto è accaduto. Antonio Scimmi, padre della vittima, ha scagliato parole durissime sull'accaduto poche ore dopo che la corte si è pronunciata. «Mia figlia è stata uccisa due volte – spiega il genitore – il conducente del tir non ha saputo riconoscere un corpo da un sacco: è il colmo dei colmi. Vorrei sapere dove erano gli inquirenti e chi li coordinava quando il medico legale ha redatto il verbale dell'autopsia, in cui ha sempre evidenziato la frattura del femore».

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Il riferimento è al fatto, più volte anche citato da Giulia Scimmi, sorella di Sara, che tale segno avrebbe denotato un urto precedente con un'autovettura prima del passaggio del camion condotto da Morelli. «Come si fa a non chiedersi cosa era successo prima che passasse il tir – prosegue il padre di Sara – subito dopo la sua morte ci veniva con insistenza detto che era stata investita, addirittura in piedi, e lo facevano i grandi esperti che stavano svolgendo le indagini, in contraddizione ai periti dello steso tribunale e addirittura agli specialisti del Ris. Gli approfondimenti successi si sono basati sulle dichiarazioni di due testi che non sanno neanche cosa hanno visto e un'altra persona, che asserisce di aver fatto benzina a una certa ora. Questo quando non c'è alcuna prova che quest'uomo abbia fatto rifornimento in quel momento, potevo essere stato anche io».

Nel frattempo il web si è popolato di tanti messaggi di indignazione di fronte all'esito del processo, che fa seguito all'altra doccia fredda dell'archiviazione del fascicolo relativo ai minuti precedenti l'investimento del camion. Anche il sindaco di Castelfiorentino non è rimasto in silenzio: «Le sentenze si rispettano – commenta Alessio Falorni – e chi ricopre il mio ruolo ha il dovere di affermare questo principio che sta alla base della democrazia e della giustizia. Ma la mia pancia, ve lo confesso, si ribella e la testa turbina di quelle domande che questa sentenza non chiarisce, ma semmai rende ancora più oscure. Tra tutte: se il fatto non l’ha commesso il camionista, chi l’ha commesso? Il mio abbraccio va alla famiglia Scimmi, con la speranza che non possa, non debba, finire così».

La famiglia comunque non ha intenzione di arrendersi: «Andrò avanti fino a scoprire chi è stato a far morire il mio angelo – conclude Antonio Scimmi – lo farò sino all’ultimo attimo di mia vita». —

D.D.
 

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