Gioco
«Non ho mai perso, semmai non ho vinto Il motivo? Ho sempre dato il massimo»
Dallo sport alla medicina, una vita “in equilibrio” tra passione e successi: la storia del campione di volley Riccardo Fenili protagonista del nuovo podcast realizzato da Tirreno, Polo Tecnologico di Navacchio e Gedi Visual
«I limiti esistono soltanto nell’anima di chi è a corto di sogni». Lo diceva l’uomo che un mattina di agosto del 1974 camminò su una fune tesa tra le Torri Gemelle sopra le teste dei newyorkesi. Un brivido lungo 45 minuti a 417 metri e mezzo di altezza. Quell’uomo si chiamava Philippe Petit, funambolo autodidatta, collezionista di emozioni forti e di arresti, oltre 500 in carriera. La sua vita ha ispirato film, documentari, libri e una lunga lista di altri temerari funamboli. Il suo gesto continua a parlarci, a decenni di distanza, a suggerirci – tra le tante cose – che anche nelle imprese più temerarie i risultati si ottengono con equilibrio, se se ne comprende il valore. E “equilibrio” è la parola che accompagna la storia di passione e innovazione che raccontiamo – da oggi disponibile in podcast – sul sito del Tirreno e del Polo Tecnologico di Navacchio nell’ambito di MotivAzioni. Ospite un medico e insieme un grande sportivo che all’equilibrio ha saputo dare il giusto valore per farne strumento di successo sul piano professionale e personale. Si tratta del dottor Riccardo Fenili, 45 anni, viareggino. Di professione medico podologo ma il suo nome risveglierà in tanti sportivi le emozioni “mondiali” che ha saputo regalare con la palla nelle palestre e sulle spiagge. Fenili è un campione di volley e beach volley come pochi altri ne ha avuti il nostro Paese: in carriera ha disputato 15 campionati di serie A con la convocazione in nazionale nel 2001. Nel 2002 ha vinto il primo dei quattro (record italiano) scudetti di beach volley. .
Si ritiene una persona equilibrata?
«È una delle principali caratteristiche che mi vengono riconosciute. Dai sentimenti alla mia professione: l’equilibrio ha sempre caratterizzato la mia vita».
Lo considera un valore?
«Sì, è stata la chiave del mio successo fino ad oggi. Non è mai stato un equilibrio forzato, ma una cosa naturale nata fin da quando ero piccolo nell’analizzare tutti gli eventi che mi accadevano. Per farlo scrivevo molti diari. Lo scopo non era non commettere più errori ma trovare un modo per potermi migliorare. Gli eccessi non mi appartengono anche se per alcuni periodi della mia vita ho portato i capelli biondi ossigenati e i baffi neri e avevo un boa che entrava in campo dopo la partita. Eppure questi non erano eccessi per me, ma il contrario. Sono sempre stato una persona pacata e seria e cercavo, in queste manifestazioni, qualcosa che poteva riportarmi a un equilibrio della normalità».
Comincia a giocare a volley a 15 anni e poco dopo è arrivata la serie A. Un risultato eccezionale...
«Ho cominciato a 15 anni nelle squadra della scuola e due anni dopo ero in A1, è vero. Ma il merito non è aver esordito in A a 17 anni, semmai quello di essere riuscito a rimanerci per tanti anni. Quello che voglio dire e magari trasmettere è che nel fare qualcosa non è importante tanto pensare al risultato quanto al percorso che si fa nell’arrivarci».
Si sente “elefante e pioniere” simboli delle storie di MotivAzioni?
«In parte sì. Il motivo? Sono troppi gli atleti che non riescono a vivere con soddisfazione quello che stanno facendo. Al contrario io ho sempre fatto quello che desideravo fare e credo che il mio vantaggio stia nel fatto che non mi sono mai sentito arrivato. Quando ho fatto il test di ammissione all’Università ci sono andato con il gesso, ero appena stato operato dopo un infortunio e una settimana prima avevo vinto lo scudetto. Ecco, sarebbe stato normale andare a festeggiare dopo uno scudetto. Io no, perché non ho mai pensato che fosse un punto di arrivo ma qualcosa che era accaduto grazie a un impegno precedente e desideravo continuare a crescere».
Quanto sono contati “gli altri” nel suo percorso?
«Credo molto nella gratitudine, le persone che incontriamo riescono a tirare fuori il meglio di noi: io da solo non sarei riuscito ad arrivare dove sono arrivato. Le persone che incontri e ti danno tanto ti condizionano anche nelle scelte: io ho incontrato degli “elefanti” che sono stati esempi per me. La mia qualità, in questo, è stata avere la capacità di capire che avevo di fronte delle grandi persone».
Quante volte ha dovuto “perdere” per imparare a vincere?
«Io non ho mai perso, semmai alle volte non ho vinto che è una cosa diversa. Non alzare al cielo un trofeo non significa perdere se abbiamo dato il massimo per raggiungere l’obiettivo. Perdere significa non fare il massimo per ottenere quello che si desidera e questa è una cosa che non faccio mai». –
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