Toscana
Un progetto per salvare l'uva Colombana di Peccioli
Una rarità dolce e perfino disintossicante che dopo anni di splendore è quasi a rischio di estinzione
PECCIOLI. Ormai sono pochi i filari di vite di uva colombana rimasti. Un vero peccato, ma nei decenni e secoli passati l’uva colombana di Peccioli era rinomata. Ma c’è tanta voglia di rilancio. Si tratta di un'uva da tavola particolarmente pregiata, molto dolce, dai chicchi di colore bianco dorato e dalla forma leggermente allungata.
Questo prodotto tipico della Valdera - perché si trova anche nei filari delle vigne di Terricciola e delle Colline Pisane - è oggi purtroppo poco più di una rarità, difficile da trovare in commercio. Sono pochi, infatti, i contadini della zona che conservano questi storici vitigni, presenti sul territorio da secoli e ora a rischio estinzione.
L’uva colombana è una cultivar che per la sua consistenza e per il contenuto zuccherino si presta ad essere conservata fino all’inizio dell’inverno, in locali arieggiati tipici delle campagne della zona, i cosiddetti ciglieri, dove i contadini erano soliti appendere, nei diversi periodi, oltre all’uva anche pomodorini “da serbo” e patate. In passato era conosciuta sui mercati nazionali di Firenze, Genova e Milano, e anche esteri come quelli della ex Jugoslavia e dell’Inghilterra. È usata in molte ricette della tradizione toscana come per la lepre in dolce e forte. L’uva colombana di Peccioli era nota, oltre che per la sua bontà, anche per le sue proprietà curative. Agli inizi del Novecento addirittura giungevano sul colle di Peccioli da tutta la Toscana intere famiglie per sottoporsi alla sua azione disintossicante e ricostituente. Un toccasana.
Il massimo del suo commercio di sicuro fu raggiunto nella metà del secolo scorso, con ben mille quintali di uva raccolta al giorno e destinata ai vari mercati ortofrutticoli. Quando esplosero le sagre quasi in ogni località della nostra regione, se ne faceva una che faceva apprezzare con energia e soddisfazione quell’uva, che si tramutava in una vera e propria festa tra i rioni pecciolesi, con tutti i paesani chiamati a raccolta e in tanti arrivavano dal circondario (e non solo).
L’uva colombana ha antichissime origini fatte risalire al Seicento (si badi, Seicento, non XVII secolo), quando alcuni seguaci di san Colombano, diretti a Roma, nelle borgate dove transitavano lasciavano segni di evangelizzazione “diretta”.
Impiantarono anche sul territorio una serie di vitigni che furono destinati alla produzione del vino. Si narra che proprio nel giorno della sua morte Colombano pregò i suoi discepoli in questo modo: “Che un carico di codici e di arredi, di icone e di doni, partisse sulla via di Pietro e si fermasse dove che fosse ispirato da Dio e con esso - sua croce - dolce segno di comune radice, di tralci ripetutamente potati...”.
Le parole del santo non rimasero vane: i discepoli si tramandarono negli anni tale insegnamento giungendo nelle loro peregrinazioni in numerose località italiane, partendo dal monastero di Bobbio. Quando giunsero a Peccioli, non vi trovarono “uomini colti” a cui lasciare codici, né grandi chiese in cui depositare gli arredi, ma terra sana e un popolo ricco “d’un cuore d’oro e d’una fede viva e generosa” capace e pronto a ben accogliere la vite di san Colombano.
Colombano morì a Bobbio all’età di 75 anni, il 23 novembre 615. Fu seppellito nella cripta dell’abbazia, dove ancora oggi riposa. Quindi a Peccioli non arrivò mai, però i suoi discepoli, molto attenti alla sua opera e alla sua parola, seppero portare da queste parti quella prelibata uva che altro non è che la Verdea, un vitigno, appunto, a bacca bianca. Un’uva che dopo i fasti e gli apprezzamenti del passato ha rischiato di scomparire, come tanti altri prodotti locali - vere eccellenze della tavola e del gusto -, travolta da un mercato sempre più massificato e poco sensibile alle distinzioni.
Questa volta però c'è un progetto, promosso dalla Confederazione italiana agricoltori Toscana, che mira proprio a rilanciare l'uva colombana e il suo territorio. Vi partecipa anche UniCoop Firenze, da sempre attenta alla riscoperta e alla valorizzazione dei prodotti tipici regionali. L'uva, fa sapere sul suo portale l’importante azienda, è disponibile in questi giorni, soltanto però in una decina di supermercati della medesima cooperativa, insieme a un opuscolo che ne spiega la storia e le sue particolari caratteristiche.
Si tratta, purtroppo, di una piccola quantità (meno di cinquemila casse da tre chili l’una). Ma almeno contribuirà a far conoscere l’uva colombana a chi non sapeva neppure della sua esistenza, e a mantenerne il ricordo in chi ha saputo apprezzarla fino a qualche lustro addietro. Questa che potrebbe essere targata come l’uva europea (ricordando san Colombano, appunto, proclamato patrono del Vecchio Continente), ma che fa parte delle uve autoctone del territorio toscano, che asseconda la morfologia dei terreni locali e che leggendo il disciplinare va a comporre (sia pure in parte molto minima) il vino Chianti come il Sangiovese, il Ciliegiolo, il Trebbiano. «A novembre, alla Mostra dell'olio e del vino di Peccioli, la rilanceremo con il nome di “uva del Giubileo”», annuncia Lorella Ferretti. —
SAN COLOMBANO EVANGELIZZA MEZZA EUROPA E NE È PATRONO
San Colombano nacque intorno al 540 in Irlanda, nella cittadina di Navan nel Leinster. Venne educato allo studio del latino e dei testi sacri. Prese i voti molto presto al monastero di Bangor sotto il severo abate Comgall, dedito a pesanti penitenze corporali. Ma san Colombano - secondo i documenti ufficiali - sentiva una profonda necessità di evangelizzazione e appena ne ebbe la possibilità partì con l'obiettivo di diffondere i vangeli nel Vecchio Continente (Francia, Svizzera, Germania). Al di qua delle Alpi, a Milano, trova un'autentica approvazione dal re longobardo Agilulfo e da sua moglie, la regina Teodolinda, che gli chiedono di avvicinare il popolo longobardo alla Chiesa di Roma di papa Bonifacio IV. L'alleanza ha successo e come ricompensa gli viene regalato un ampio suolo per un centro di vita monastica a Bobbio (in val Trebbia, Piacenza). Scrisse per i suoi seguaci la Regula monachorum, per un certo tempo più diffusa in Europa di quella di san Benedetto disegnando l’immagine ideale del monaco. La leggenda narra che nel periodo di quaresima proprio a corte venne offerta al santo una coppia di colombe da mangiare. Ma non potendo assaggiare la carne, considerato il periodo di astinenza, disse che lo avrebbe fatto soltanto dopo averle benedette. Colombano alzò la mano destra in segno di croce e le pietanze si trasformarono in candide colombe di pane, bianche come la sua tunica monastica. Ecco che nacque la tradizione della colomba come dolce sulle tavole imbandite della Pasqua. È il protettore dei motociclisti, ma soprattutto fu dichiarato patrono d’Europa andando ad aggiungersi ai santi Cirillo e Metodio, evangelizzatori dei popoli slavi, e a san Benedetto, fondatore del monachesimo occidentale.
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