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Peccioli Alta Valdera

L'appello della mamma immunodepressa: «Rispettate le regole anti-Covid, fatelo per tutti quelli come me» - Video

Pietro Mattonai
L'appello della mamma immunodepressa: «Rispettate le regole anti-Covid, fatelo per tutti quelli come me» - Video

Francesca si è sottoposta al trapianto di midollo: «Mio figlio va a scuola, se alunni e insegnanti non indossano la mascherina io rischio la vita» 

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PECCIOLI. Il sorriso non lo ha perso, Francesca. Dopo 70 giorni dal trapianto di midollo, unica soluzione per contrastare la mielofibrosi, una rara forma di cancro del sangue, Francesca Masi continua a sorridere. Come nel selfie dopo l’operazione avvenuta al policlinico “Gemelli” di Roma, la psicologa e scrittrice originaria di Fabbrica non ha mai pensato di smettere. E quel sorriso, qualche giorno fa, è tornato. Insieme a quello del suo bambino di dieci anni, che è tornato in classe.

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UN PASSO INDIETRO

Francesca ha scoperto di avere la mielofibrosi 4 anni fa. Un percorso lungo, che l’ha portata fino al recente trapianto di midollo osseo, una procedura chirurgica gravosa per il paziente che, nel bel mezzo di una pandemia, diventa ancor più complicata. Francesca però non si è arresa, anzi: andare a Roma per farsi operare era il suo unico obiettivo. Ma stare lontana da casa per sei mesi con la famiglia richiedeva un impegno economico non indifferente. «Avevo dei soldi da parte e ho uno stipendio normale – dice Francesca – pensando all’affitto che avremmo dovuto pagare, però, ho temuto di non farcela: a quel punto, mio marito Andrea mi ha suggerito di fare una raccolta, come fossero dei regali». Il primo traguardo di 2500 euro è stato bruciato in pochissime ore. «È stato un successo incredibile – ricorda – nel giro di 36 ore ho raccolto quasi 15mila euro». Centinaia di donatori hanno dato il loro contributo e, oggi, Francesca continua a sorridere. Nonostante le difficoltà.

FRAGILITÀ

Sì, perché per una persona immunodepressa come Francesca, il rischio di contagio è alto. Una circolare del Ministero della Salute lo specifica chiaramente: i “pazienti immunodepressi” e le “persone trapiantate” sono particolarmente a rischio per i virus respiratori tra cui, ovviamente, anche il Covid-19. Una preoccupazione che Francesca ha messo nero su bianco sullo schermo del proprio computer. «Sono ancora molto fragile, sono una paziente immunodepressa – aveva scritto nei giorni scorsi su Facebook – ho un bambino di dieci anni che va a scuola: vista la mia situazione, se i compagni o gli insegnanti non indossano la mascherina e non prendono le precauzioni che ormai conosciamo tutti, io rischio la vita. E lui lo sa». Un timore che, prima del ritorno a scuola, è stato forte. «In questo momento vivo a Fabbrica (il suo paese di origine, che aveva lasciato per trasferirsi a Ponsacco, ndc) con i miei genitori, che mi danno una mano, mio marito e mio figlio – spiega – spesso in giro vedevo gente senza mascherina, per questo ho scritto quel post per chiedere più attenzione: vivere l’emergenza così è da superficiali». E la preoccupazione di Francesca, in qualche ora, è diventata la preoccupazione di quasi trentamila persone che hanno condiviso il post. «Di lavoro faccio la psicologa ed ho l’obiettivo di farmi capire bene da una sola persona – sorride – con i social, invece, non si sa mai dove si va a finire».

RITORNO A SCUOLA

Il rientro del figlio in quinta elementare a Peccioli, nonostante la paura, è andato bene. «Avevamo un po’ di ansia, e anche mio figlio era consapevole di questa cosa – dice – dopo i primi giorni, però, ci siamo accorti che il ritorno in classe, almeno per il nostro caso, è stato più semplice e lineare di quanto ci si potesse immaginare». L’età del bambino, magari, ha anche aiutato a mantenere la disciplina. «Alle elementari forse è un po’ più semplice garantire il rispetto delle regole, alle superiori, invece, alcuni ragazzi si potrebbero sentire più forti, come se non fossero toccati dal virus, ma bisogna pensare a chi ci sta intorno». Adesso, lui è sereno. E lo è anche Francesca. «Sono stati bravi e tutto sta andando bene – commenta – mi rendo conto che gestire questo tipo di situazione non sia semplice per nessuno, ma credo che a scuola si sia trovato un compromesso tra sicurezza e diritto dei bimbi di divertirsi e di essere liberi».

IL FUTURO

Adesso la 45enne Francesca guarda avanti, mantenendo sempre alta la guardia. «Allacciarsi le cinture e mettersi il casco ormai è normale per noi, anche se qualcuno inizialmente ha protestato – dice – non abbiamo avuto tanto tempo per interiorizzare questo nuovo modo di convivere, ma sono sicura che la scuola possa essere un’occasione per farlo. Speriamo che possano trovare un vaccino dopo questa strana guerra – conclude – sono sicura che, comunque, qualcosa rimarrà nella memoria di tutti noi». —

 

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