Sicurezza
L’ultima campana? «Per il nostro Sandro questa è una vittoria»
Toccanti i ricordi di don Dini e degli amici durante le esequie del grande pugile Duomo pieno (con gente rimasta fuori) e momenti di grande commozione
Pontedera
«Quando questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità, e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: la morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?». Con quest’affermazione di San Paolo, tratta dalla Prima lettera ai Corinzi e pronunciata nella sua omelia, don Piero Dini, parroco di Pontedera, ha voluto collegarsi al percorso terreno di Sandro Mazzinghi, il campione di pugilato scomparso sabato all’età di 81 anni e di cui ieri mattina, in un Duomo gremito per quanto consentito dalle norme anti-Covid, è stato celebrato il rito funebre. I riferimenti sono al suo essere un vincente, al di là dei pur eccellenti risultati sportivi, e alla sua umanità, alla sua disponibilità a rendersi sempre pronto ad aiutare i giovani sportivi e chiunque si rivolgesse a lui per un consiglio, un supporto, un semplice momento di confronto. «Vivere è fatica, per vivere serenamente con generosità ci vogliono coraggio e grande allenamento, qualità che non facevano certo difetto a Mazzinghi. Questo ultimo ring, con un solo apparente ko, per Sandro è in realtà la vera vittoria, dimostrata dall’affetto che qui viene tributato a lui e alla splendida famiglia che ha creato».
Tante le persone che hanno voluto rendere omaggio al feretro e si sono strette attorno ai figli David e Simone e alla moglie Marisa. Molti non hanno trovato posto all’interno e sono rimasti fuori dal Duomo. La bara è stata portata in chiesa a spalla dai ragazzi della Pugilistica che ha il nome del campione, e, una volta posta davanti all’altare, vi sono stati appoggiati sopra i suoi guantoni rossi, quelli delle tante battaglie vinte nel corso di una straordinaria e lunga carriera.
Mazzinghi, che ha scelto di essere cremato, è stato una leggenda della boxe italiana e internazionale, ma anche un uomo rimasto sempre legato alla sua città. Era un figlio della terra, di un’Italia che nel dopoguerra di fame e miseria mandava i suoi virgulti a pedalare o a prendere pugni, come si vedeva nelle pellicole di allora, specchio della vita. «È stato il simbolo del riscatto operaio – ha ricordato l’amico e scrittore Riccardo Minuti – Schietto, autentico, genuino. Oggi (ieri, ndr ) la città si è di nuovo radunata per rendergli omaggio come fece nel 1963 e nel 1968, quando rientrò con le corone di campione mondiali». Commovente anche il ricordo dell’ex giornalista Rai Ugo Russo, autore di numerose radiocronache dei match di Mazzinghi. «Sandro è stato un campione del tipo che oggi gli sport non producono più; campione anche di vita, capace di portare rispetto agli avversari. Un uomo semplice, che non amava stare sotto i riflettori». Un eroe proletario, la cui borsa per i primi combattimenti consisteva in una cena annaffiata da buon vino, perché la fame era tanta, sul ring e fuori, e chi come lui l’ha conosciuta, difficilmente poi si addobba con le piume del pavone. Emblematica la risposta data a chi lo intervistò subito dopo la vittoria del Mondiale contro Ralph Dupas, ottenuta il 7 settembre 1963 al Vigorelli di Milano: «Ora sono campione del mondo dei pesi medi junior, ma son sempre lo stesso». Fino all’ultimo round. Concluso non dal suono della campana, a lui familiare, ma dalle note struggenti dell’Ave Maria di Schubert. —
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