Il Tirreno

Pontedera

il ricordo

Mazzinghi, l'eroe “operaio” che anche nei match più duri della vita ha trovato la forza di rialzarsi

di Sergio Braccini
Mazzinghi, l'eroe “operaio” che anche nei match più duri della vita ha trovato la forza di rialzarsi

Dal tragico incidente in cui perse la vita la prima moglie, alla vittoria del titolo mondiale che nel ’68 mise il silenziatore al clima di protesta sociale 

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PONTEDERA. Un leone affamato di rivincite. Un moderno gladiatore calato sul ring come un vendicatore sociale; attore protagonista d’uno sport controverso, dove violenza e ferocia sono forse le ultime cose che contano, al contrario delle apparenze. Sempre magicamente a suo agio su quel cubo argentato affogato in contesti oscuri, fumosi, in cui le file ammassate di facce sembrano semi di melograno sparsi con un ordine imposto su una tela con lo sfondo nero. Un cubo argentato, olezzante di sudore, di povertà, di orgoglio calpestato e di sangue che quando combatteva lui, più che dall’elettricità sembrava illuminato dalla forza di tutti gli sguardi che arrivavano dal buio; e fissavano le sue gesta.

Questo è stato Alessandro Mazzinghi; semplicemente Sandro, per i pontederesi in primis, ma anche per tutti i suoi sostenitori, in Italia e non solo. Uno che da queste parti ha lo stesso significato di Francesco Totti a Roma, o di Michael Jordan, ovunque, negli Stati Uniti.

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Un pezzo di storia del pugilato e dello sport in genere. Simbolo a suo modo di un anno speciale, il 1968, durante il quale in Italia, e in tutta Europa, imperversavano le lotte operaie e studentesche. Pontedera, casa madre della Piaggio, era uno degli epicentri di quelle contestazioni dall’afflato rivoluzionario. Nell’anno più caldo del decennio, Sandro conquistò il suo secondo titolo mondiale dei pesi Superwelter contro il sudcoreano Ki-Soo Kim, mettendo per un po’ il silenziatore alle tensioni.

Proprio lui, il pugile del quartiere Bella di Mai, che per la città ha rappresentato (e rappresenterà sempre) qualcosa in più d’uno sportivo: era riscatto, orgoglio, dignità. Per merito suo il pugilato riusciva dove il calcio aveva fallito, con la sconfitta contro i coreani (in quel caso, del Nord) al Mondiale del ’66. Mazzinghi è stato il campione indomito che anche nei match più duri della sua vita ha sempre trovato la forza di rialzarsi e ripartire all’attacco. Come nel 1964, quando, pochi giorni dopo il suo matrimonio, perse tragicamente la prima moglie a causa d’un terribile incidente stradale, che rischiò di porre fine anche alla sua carriera. Un lottatore umile, un picchiatore forte e testardo, un operaio della boxe che ha sfidato arditamente alcuni dei più abili pugili dell’epoca dando vita a combattimenti epici. Solo la morte poteva metterlo definitivamente al tappeto.

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