Sicurezza
Il sindaco e gli amici «Era un personaggio davvero speciale»
pontedera
Dire addio a una leggenda non è facile. Un po’ per ciò che rappresenta e un po’perché le leggende, come Alessandro Mazzinghi, per tutti Sandro, ce le immaginiamo eterne. Purtroppo non è così. Ma niente – neppure la morte – può offuscare il mito del pugilato che nacque a Pontedera il 3 ottobre 1938. E che da Pontedera arrivò sul tetto del mondo.
L’ADDIO
«Oggi (ieri, nda) ci ha lasciato Sandro Mazzinghi – dice il sindaco Matteo Franconi – è venuto a mancare all’affetto dei figli e dell’intera comunità che due anni fa, a 50 anni dalla conquista del titolo mondiale, gli aveva consegnato le chiavi della città in segno di riconoscenza». Un evento che ne celebrò la carriera, che raggiunse l’apice proprio con la vittoria contro il coreano Ki-Soo Kim. «Sandro è stato e rimarrà per sempre il nostro campione – continua Franconi – non solo per aver portato Pontedera sulla vetta del mondo, ma anche per essere stato un atleta coraggioso, un uomo a disposizione di tutti, di rettitudine ed onestà straordinaria». Anche durante l’emergenza sanitaria, con un videomessaggio, l’incoraggiamento di Sandro per la sua città non era mancato. «Solo poche settimane fa, la sua voce e il calore delle sue parole ci incitavano a tener duro – conclude – oggi perdiamo un pezzo importante della storia di questa città». Tra chi lo ricorda c’è anche Stefania Saccardi, assessore regionale allo Sport. «Uno dei protagonisti della boxe italiana, un personaggio indimenticabile per questa disciplina – dice – se ne va un combattente nato che, purtroppo, adesso ha dovuto arrendersi».
IN PALESTRA
Tra un incontro e l’altro, Sandro tornava spesso a Pontedera ad allenarsi. Quando c’era da fare i guanti, però, trovare un compagno non era semplice. Chi frequentava la Pugilistica sapeva che Mazzinghi era implacabile. «Allenarsi con lui non era mica da ridere – dice col sorriso Vito Consoloni, socio del Pontedera che, in passato, ha anche presieduto la Pugilistica pontederese – Per un periodo, Sandro si allenava tutte le settimane e quando c’era da fare i guanti, ovvero simulare un incontro, ero uno dei pochi che riusciva a difendersi». A tanti anni di distanza, il ricordo è ancora di ammirazione e orgoglio. «La sua è stata una carriera incredibile – conclude – per me, è sempre stato un orgoglio aver contribuito anche in piccolissima parte al suo successo».
“A CHE RIPRESA LO BUTTO GIÙ? ”
Fuori dal ring, un punto di ritrovo fisso era il ristorante di Loriano Bracaloni, detto “Castero”, suo amico fraterno. «Me lo ricordo dall’infanzia – afferma Franco Bracaloni, figlio di Loriano – alla vigilia degli incontri passava da casa nostra e mio padre lo seguiva con passione». E le amicizie, quelle vere, servono soprattutto nei momenti peggiori. «Dopo la morte di Vera, la prima moglie, sono stati giorni brutti – dice – Sandro passava le nottate a piangere, è stato difficile». Tre anni dopo quel tragico incidente, Mazzinghi tornerà sul tetto del mondo. «La mattina in cui Sandro doveva partire per il match per il titolo del mondo eravamo davanti al bar Baldini – racconta Bracaloni – si girò verso di me e mi chiese a quale ripresa avrebbe dovuto buttarlo giù, e io risposi alla terza». L’incontro si concluse alla quindicesima ripresa, ma alla terza Ki-Soo Kim andò davvero al tappeto, salvato soltanto dal gong.
L’EROE DEL POPOLO
«Tutti volevano indossare i guantoni per diventare come lui – dice Riccardo Minuti, autore del libro “Mazzinghi. Un eroe del ’900” (Tagete Edizioni) – quel che colpiva, al di là dell’aspetto sportivo, era il lato umano: è sempre stato una persona sincera, schietta e semplice, un vero campione del popolo». Che, nonostante l’enorme successo, non abbandonò mai le sue radici. —
Pietro Mattonai
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