Il Tirreno

Pontedera

nubi sul futuro occupazionale 

«Tanti posti di lavoro a rischio e “cassa” in ritardo di 3 mesi»

Nilo Di Modica
«Tanti posti di lavoro a rischio e “cassa” in ritardo di 3 mesi»

Cgil e Cisl lanciano l’allarme: «La ripresa probabilmente soltanto a inizio 2021 e intanto un’azienda con 40 dipendenti ha chiesto il concordato preventivo»

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SANTA CROCE

«Le aziende hanno riaperto, ma il lavoro manca. Si rischiano molti licenziamenti». È un quadro pessimistico quello dei sindacati sulla ripresa del settore conciario nel distretto, funestato proprio in questi giorni da una richiesta di concordato preventivo, per ora isolata, da parte di un’azienda della zona, con 40 dipendenti per i quali adesso si sbarra anche la strada della cassa integrazione. E a risentirne più di tutti nel Comprensorio sono, come sempre, i terzisti. Proprio gli ammortizzatori sociali e le misure anticrisi messe in cantiere dal governo in questi mesi di emergenza sanitaria sono al centro dell’ultimo accorato appello alle istituzioni da parte di Cgil e Cisl.

«Il rischio è che dalla cassa integrazione si passi ai licenziamenti – dicono Marcello Familiari e Loris Mainardi, rispettivamente di Femca Cisl e Filctem Cgil –. Mentre le ipotesi più pessimistiche parlano di una possibile ripresa solo all’inizio del 2021».

«Qualche segnale positivo in autunno, ipotizzato da alcuni conciatori, non può salvare un anno intero – dice Familiari –. La botta è stata grande e tante aziende che già prima del Covid non erano in buone acque potrebbero non farcela». A giocare un ruolo strategico, ovviamente, è la cassa integrazione, insieme al blocco dei licenziamenti. «Non c’è ancora niente di ufficiale – continua Familiari – ma si parla di una proroga di entrambe le misure di altre 18 settimane».

La cassa così com’è, però, ha mostrato in questi mesi tutti i suoi limiti. Se si guardano i dati dell’Inps per l’area pisana la perplessità è tanta: erano 6.999 le richieste per la cassa, delle quali 6.602 approvate, in data 30 giugno 2020. Proprio oggi, poi, molte aziende concludono le canoniche diciotto settimane previste per l’emergenza Coronavirus. Il blocco dei licenziamenti scade, a meno di proroghe, il prossimo 17 agosto.

«Il governo ha fatto una variante sulla cassa ordinaria e ha creato la cassa Covid ma questo ha creato confusione e i lavoratori sono in arretrato di 3 mesi sulle casse. Molte aziende l’hanno interpretata come cassa ordinaria e quindi i modelli sono arrivati all’Inps dopo due mesi, con il risultato che chi ha presentato la domanda a marzo, ha riscosso maggio».

Lo stesso problema si potrebbe ripresentare con la seconda tranche di maggio. Di qui la proposta dei sindacati: «Serve uno strumento unico per la cassa - dicono i due - dobbiamo avere la certezza anche dell’immediatezza dei fondi, non è possibile che ci siano arretrati, per esempio, di aprile, maggio e giugno e forse qualcosa venga saldato solo a inizio agosto. I tempi sono maturi per cambiare».

Intanto le aziende di tutto l’indotto, un po’ ovunque, stanno puntando a fare quel che si può vuotando i magazzini. Politica questa che incide sui terzisti e sulla liquidità di molte aziende. Una crisi che non potrà essere nemmeno affrontata con soluzioni facili, come quella prospettata in questi mesi da alcuni settori della moda con il concetto di “slow fashion”: un rallentamento di tutto il settore del lusso, con abiti e collezioni fatti per durare di più. «Auspicabile come filosofia di fondo – dice Mainardi – ma difficile da realizzare senza costi altissimi in termini di posti di lavoro». —

Nilo Di Modica

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