Gioco
Il mistero della 127 rossa in via Fani e una nuova foto di Moro prigioniero
Elementi inediti sul rapimento dello statista Dc nel documentario del pontederese Tommaso Cavallini
pontedera
Una nuova analisi balistica per far luce sulla dinamica dell’agguato. Un filmato inedito di via Fani, in cui è riconoscibile la targa di una Fiat 127 rossa, auto mai presa in considerazione dalle indagini ufficiali. E la fonte “Beirut 2”, intervistata da Carlo Palermo, che riferisce di una foto scattata da Aldo Moro in un cortile durante la prigionia. E conferma come il presidente della Democrazia cristiana dovesse morire: non per mano delle Brigate Rosse, ma per permettere di attuare un golpe in Italia.
Tutti questi elementi inediti fanno parte del documentario “Com’è nato un golpe, il caso Moro”, la cui regia è del pontederese Tommaso Cavallini. Prodotto dall’Eguaglianza, con musiche originali di Mirko Pinoli, grafica ed editing di Fabrizio Volpi e Giordano Dini, il documentario è diviso in due capitoli della durata di 55 minuti. E ripercorre le ultime fasi della vita politica di Moro, dal viaggio negli States del 1974 al rapimento, la detenzione e l’uccisione. «Ho incontrato i produttori, Andrea Montella e Paola Baiocco, che mi hanno proposto di lavorare sul caso di Aldo Moro. In particolare su tutti i buchi neri che la versione ufficiale ha dato – racconta il regista pontederese –. Il lavoro è stato molto duro e lungo, quasi 8 mesi passati tra verifica delle fonti, interviste e montaggio. Sono contento del risultato finale, anche perché si portano alla luce degli elementi inediti molto interessanti».
Uno dei momenti più importanti del documentario si concentra proprio sul 16 marzo 1978. Quel giorno Aldo Moro esce pochi minuti prima delle 9 dalla sua casa in via del Forte Trionfale, civico 79, a Roma. Ad attenderlo ci sono gli uomini della scorta. Moro sale a bordo di una Fiat 130 berlina non blindata, legge il suo pacco di giornali mentre si dirige, come sempre, alla chiesa di Santa Chiara. Una breve sosta, poi alle 9 in via Mario Fani l’auto con a bordo il presidente della Dc e quella della scorta vengono bloccate all’incrocio con via Stresa. Ad attenderli ci sono le Brigate Rosse. Il gruppo di fuoco è composto da Valerio Morucci, Raffaele Fiore, Prospero Gallinari e Franco Bonisoli. Sono armati di pistole e mitra, in pochi secondi uccidono i cinque uomini della scorsa, Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino. Rapendo subito dopo Aldo Moro. Un rapimento conclusosi 55 giorni dopo, quando il cadavere di Moro viene fatto ritrovare nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Caetani.
«Abbiamo un filmato inedito di via Fani che riguarda una 127 rossa, auto mai presa in considerazione dalle indagini. E, accedendo all’archivio Flamigni a Oriolo Romano, siamo riusciti a rendere individuabile quell’auto e il suo numero di targa – spiega Cavallini –. Altri due elementi interessanti sono la nuova analisi balistica di Martino Farneti utile per far luce sulla dinamica dell’agguato. E, terzo elemento inedito, la fonte “Beirut 2” intervistata da Carlo Palermo, che riferisce di una foto aerea scattata ad Aldo Moro in un cortile durante la prigionia. Un elemento che non torna, perché in via Montalcini non c’è nessun cortile».
Il documentario diretto da Tommaso Cavallini ha una narrazione condotta dal senatore Sergio Flamigni, dall’ex magistrato Carlo Palermo, dai giornalisti e autori di testi legati al caso Moro come Marcello Altamura, Rita Di Giovacchino, Carlo D’Adamo e con la collaborazione del perito balistico Martino Farneti. «Si tratta di una narrazione che si contrappone con dati di fatto alla verità ufficiale del memoriale – spiega ancora Cavallini –. Il tutto provando a mostrare, secondo quando riferito dalla fonte “Beirut 2”, come la guerra fredda fosse effettivamente diretta da gruppi che controllavano sia Washington che il Cremlino. E come Aldo Moro dovesse morire per attuare un golpe in Italia». —alessandro bientinesi
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