Il Tirreno

Pontedera

La memoria sopravvive rigogliosa nel verde di Vicopisano in omaggio a Liana Millu

Alessandro Bientinesi
Un momento dell'inaugurazione
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Un momento dell'inaugurazione

Inaugurata la suggestiva passeggiata che costeggia viale Vittorio Veneto e che ora porta il nome dell’ebrea pisana, aspirante giornalista, ex deportata ad Auschwitz 

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VICOPISANO. Il tempo è rimasto come sospeso. L’8 marzo doveva essere il giorno in cui uno degli scorci più conosciuti di Vicopisano, il doppio filare di alberi che costeggiano, tutti da un lato, viale Vittorio Veneto, sarebbe stato intitolato a Liana Millu. Ebrea pisana, aspirante giornalista al Telegrafo, insegnante, partigiana e sopravvissuta ad Auschwitz. L’emergenza coronavirus ha costretto la comunità di Vicopisano ad attendere fino a ieri, quando un incrocio del destino ha permesso a Daniel Vogelmann di essere presente all’emozionante cerimonia perfettamente organizzata dall’amministrazione comunale. Vogelmann, nato a Firenze nel 1948, è il fondatore della casa editrice La Giuntina, la cui prima pubblicazione fu la collana Schulim Vogelmann. Dedicata alla memoria del padre, sopravvissuto ad Auschwitz, unico italiano della famosa lista di Schindler. “La Notte” del premio Nobel Elie Wiesel fu il primo libro della collana, alla quale si sono aggiunti negli anni circa 500 libri sulla cultura ebraica. Tra questi proprio i libri di Liana Millu.

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«Liana venne alla Giuntina nel 1986, io avevo iniziato già come editore da alcuni anni e pubblicammo una nuova edizione de “Il fumo di Birkenau”, con prefazione di Primo Levi – ha raccontato ieri Vogelmann nel corso della cerimonia di Vicopisano –. Un libro che facemmo presto entrare nelle scuole. Liana era un'oratrice eccellente, sapeva coinvolgere benissimo i ragazzi. Loro sono la futura classe dirigente del paese e da loro deve passare il ricordo».

Il libro raccontava sei storie di donne vissute nel campo di concentramento, la cui vita quotidiana nel campo e anche la morte vengono raccontate da Liana Millu. «Per le donne era più difficile la vita nei campi di concentramento, a Birkenau vivevano nelle baracche vicine ai forni crematori – ha raccontato ancora Vogelmann –. E Liana, nei suoi racconti, descrive come la scelta non fosse casuale. I nazisti volevano che vedessero come, prima o poi, insieme ai loro figli sarebbero diventate come quel fumo mortale».

Una delle storie che Liana Millu racconta è quella di Maria. Lei è incinta, ma riesce a nascondere la gravidanza, fino a che una compagna di baracca la denuncia. Scampata alla morte, dà alla luce un maschio aiutata dalle compagne. Costrette, però, a lasciare la baracca per l’appello. Maria e il suo bambino muoiono, così, dissanguati. Oppure c’è la storia di Bruna che vede suo figlio Pinin, nella sezione bambini del lager, ammalarsi. Scopre che verrà stato ucciso nella camera a gas. Decide, così, di gettarsi insieme a lui, in un abbraccio d’amore e mortale allo stesso tempo, sul reticolato percorso dalla corrente ad alta tensione.

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A Vicopisano Vogelmann ha ricordato anche il padre. «Il 16 ottobre 1943 ci fu una grande retata nel ghetto di Roma, 1.022 ebrei furono deportati senza che nessuno si opponesse. A quel punto mio padre capì che l’unica alternativa era la fuga. Andò in Svizzera con la moglie e la figlia di 8 anni. Ma fu scoperto e riportato a Firenze prima di un nuovo trasferimento a Milano. Da lì su un treno che avrebbe portato anche Liliana Segre e suo padre ad Auschwitz». Il 6 febbraio 1944 l’arrivo al campo, le manganellate e la divisione dalla sua moglie e dalla sua bambina. Uccise il giorno stesso. Schulim si salvò perché faceva il tipografo, sapeva le lingue e venne trasferito prima a Cracovia e poi nella fabbrica di utensili per cucina di un certo Schindler. Che lo inserì, grazie alla conoscenza del polacco, nella sua lista. Salvandogli la vita. «Quando tornò nessuno gli credeva, anche se era tornato senza la moglie e la figlia. Gli dicevano che era il momento di pensare al futuro, di guardare oltre. Lui, sempre stato una persona molto positiva, guardo oltre e si risposò. E nel 1948 nacqui io. A me – ha concluso Vogelmann – raccontò sempre poco di quell’orrore. Ma dalla sua storia, dai suoi insegnamenti ho avuto la spinta a fondare La Giuntina». Poi l’ultimo ricordo quasi mai raccontato. «Una volta, da bambino, mi feci un piccolo taglio sulla mano. Uscì del sangue e chiesi ingenuamente a mio padre se sarei morto. Lui mi guardò, sorrise e disse che “non è così facile morire”. Capii quella frase tanti anni dopo, una di quelle che mi hanno accompagnato, però, per tutta la vita».

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