Il Tirreno

Pontedera

«La restituii al padre con una dote e lei dette a suo figlio il mio nome»

marco sabia
«La restituii al padre con una dote e lei dette a suo figlio il mio nome»

Così il giornalista fucecchiese raccontò il matrimonio con la 12enne: «La vicenda coniugale rientrò nella storia di un’illusione personale» 

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la Lettera ideale

C’è un passaggio storico, risalente al 1995, nel quale Indro Montanelli praticamente prevedeva le polemiche di oggi relative al suo matrimonio con la 12enne eritrea Destà. Il giornalista fucecchiese, infatti, scrisse una lettera ideale ad un giovane, nella quale raccontava la sua esperienza africana, che si conclude con il ricordo di Destà.

Questi alcuni degli stralci più significativi delle parole di Montanelli, a partire dalle motivazioni che lo portarono a prendere parte all’impresa coloniale in Africa «Io, nel ‘35, ero uno dei tanti (quasi tutti) giovani italiani i quali pensavano che il fascismo fosse una scorciatoia, sia pure di emergenza, per risolvere i problemi nazionali, fra cui quello di una sovrappopolazione, che non trovava più sfogo nemmeno nell’emigrazione, contingentata dagli altri paesi. Pensavamo che la sottosviluppata e semideserta Abissinia offrisse spazio al nostro lavoro e spirito d’impresa, e nello stesso tempo ci elevasse al rango delle grandi potenze che si basavano per gran parte proprio sui loro imperi coloniali. A quei tempi si pensava così, non soltanto in Italia. E si pensava male».

Poi Il giornalista ha così riassunto la vicenda di Destà: «Caro, eccoti in sintesi la mia storia, la storia di una illusione e di una delusione, che furono un po’ quelle di quasi tutta la mia generazione. La vicenda coniugale della sposa abissina rientra nell’illusione. Io volevo diventare un abissino, e lo feci adeguandomi ai costumi matrimoniali locali. Cioè comprai (500 talleri) la mia Destà (così si chiamava) dal padre, cui partendo la restituii con un po’ di dote (tutti i miei risparmi) che le consentirono di trovare subito un altro marito nella persona di un mio graduato (bulukbashi) di nome Gheremedin, che al suo primo nato – ma nato due anni dopo il mio rimpatrio – dette il nome mio. Oggi io ripenso a questo mio passato con nostalgia non delle cose che feci, ma dell’entusiasmo con cui le feci, e comunque senza vergogna. Mi feci complice di un errore, ma lo commisi in buona fede e senza trarne alcun vantaggio. Anche tu, ragazzo mio, commetterai i tuoi bravi errori. Ti auguro di poterci un giorno ripensare come me, senza arrossirne». –

marco sabia

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