Sicurezza
«Vivete in un modello da esportare ovunque»
L’autore elogia Peccioli, di cui si considera cittadino acquisito «Più voglia di leggere dopo la pandemia? Non so, me lo auguro»
l’intervista
Romano De Marco ci risponde al telefono poco prima di dedicarsi a Luca Sofri, che lo intervisterà nell’ambito della rassegna pecciolese online “Cosa sarà”.
De Marco, perché Peccioli? Perché un così gran bell’omaggio alla “capitale” dell’Alta Valdera?
«Perché sono da sempre rimasto affascinato da Peccioli e dai suoi cittadini. Ritengo quella realtà un modello da seguire per la valorizzazione dell’arte e della cultura. Ho conosciuto persone dotate di una disponibilità e di un senso dell’accoglienza davvero straordinari».
A quando risale la conclusione di questo suo ultimo lavoro?
«Quando lavoriamo ad un romanzo atteso da una grande casa editrice qual è Piemme i tempi devono essere anticipati di parecchio, sia per tutto il lavoro di editing che ci sta dietro che per quanto riguarda l’opera di programmazione relativamente all’uscita e alle iniziative di promozione. Ho finito di scrivere “Il cacciatore di anime” poco meno di un anno fa».
Quindi nel romanzo non c’è alcuna influenza della pandemia e del periodo di lockdown vissuto, giusto?
«Per carità... Assolutamente no».
Perché per carità?
«Perché trovo assurdo che in questi mesi la stragrande maggioranza degli scrittori e di coloro che si considerano tali si sia concentrata sul resoconto del vissuto durante il lungo periodo del lockdown. Perché scrivere e raccontare di un’esperienza che ha riguardato tutti? Ritengo che un resoconto di questo tipo abbia senso solo quando assume una significativa valenza letteraria, quando cioè se ne occupa un grande scrittore. Ne parlavo l’altro giorno, nel corso di un dibattito online, con Massimo Carlotto e anche lui era d’accordo con me».
Abbiamo però una curiosità: secondo De Marco da questa emergenza sanitaria usciamo migliori o peggiori di prima?
«Ne usciamo come eravamo prima. Peggiori eravamo già. Forse ne usciamo con una maggiore consapevolezza delle difficoltà socio-economiche e dei problemi a rapportarsi con le istituzioni. Io lavoro quale responsabile della sicurezza di un gruppo bancario che ha circa 13.500 dipendenti e per questo ho dovuto leggermi tutti i decreti e tutte le ordinanze regionali e comunali. Ebbene, la burocrazia ha raggiunto dei livelli devastanti. Da una parte lo Stato diceva una cosa, dall’altro le Regioni e i Comuni ne dicevano un’altra. È stata un’impresa tenere aperte le filiali bancarie garantendo la sicurezza di dipendenti e clienti».
La gente sta ripartendo con più voglia di leggere e di libri?
«Me lo auguro vivamente. So solo che tantissime librerie sono fallite e che l’editoria è alla canna del gas...». —
C.M.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
