Il Tirreno

Pontedera

L’indagine bis di “Vello d’oro” 

Le mazzette a colori intercettate al telefono erano soldi “sporchi”

sabrina chiellini

Due arresti in Campania. Tra gli indagati anche titolari di imprese di Santa Croce, Fucecchio e San Miniato

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SANTA CROCE

Un fiume di denaro, frutto di attività illecite, che veniva ripulito attraverso il suo invio ad alcune concerie del comprensorio, con sede tra Fucecchio e Santa Croce sull’Arno, grazie a una rete di spedizionieri compiacenti. Al centro della nuova indagine dei carabinieri e della Dda di Firenze ci sono due imprenditori considerati vicini al clan camorristico dei Lo Russo, accusati di reati che vanno dal riciclaggio all’impiego di denaro di provenienza illecita, fino all’emissione di fatture per operazioni inesistenti, servite a raggirare il Fisco. Entrambi nel 2018 erano già finiti al centro dell’inchiesta, denominata “Vello d’oro”, nei confronti di ’ndranghetisti, che aveva portato all'arresto di 14 persone accusate di associazione per delinquere finalizzata all'estorsione, oltre che per usura, riciclaggio, fino all'abusiva attività finanziaria, emissione di fatture per operazioni inesistenti e trasferimento fraudolento di valori, anche con l'aggravante del metodo mafioso. In questa seconda tranche (Vello d’oro II) i due sono accusati di avere agito come referenti di una ditta di pellame di Casavatore, in provincia di Napoli, per riciclare il denaro illecito. Il sistema è sempre lo stesso. Ricevevano ordinativi fittizi di pellame da parte delle imprese toscane, in larga parte coinvolte nella precedente indagine. Nella fase due le ditte del Napoletano avrebbero emesso fatture false verso le concerie del distretto toscano, facendo riferimento agli ordini fittizi di merce e ricevendo in cambio pagamenti con bonifici bancari. I soldi venivano poi restituiti in contanti alle ditte del distretto conciario. Si ipotizza un giro di centinaia di migliaia di euro, per importi inferiori a quanto ricevuto a titolo di pagamento delle fatture. Un ingente flusso di denaro al nero usato dalle aziende per pagare il “fuori busta” dei lavoratori dipendenti e ridurre pertanto gli esborsi di carattere previdenziale. L’ordinanza di custodia cautelare disposta dal giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Firenze su richiesta della procura distrettuale antimafia di Firenze ha portato in carcere Ciro Taglialatela (figlio di Bruno Taglialatela, esponente di spicco del clan camorristico Lo Russo di Napoli) e Vincenzo Bocchetti. I due operavano come referenti delle ditte “Brupel” e “World Pellami” di Casavatore, attive nel settore del commercio di pellami. Nell’estate del 2015, i due indagati napoletani erano subentrati ai soggetti calabresi legati alle famiglie di ‘ndrangheta dei Nirta e dei Barbaro, rilevando i rapporti illeciti di natura economica con gli imprenditori toscani. Punto di riferimento in Toscana dei due imprenditori è considerato, come nella precedente indagine, Cosma Damiano Stellitano, di Sovigliana di Vinci, arrestato nel 2018 e accusato di avere utilizzato le società Unipel e Cromopelli, che hanno come sede dichiarata Santa Croce sull’Arno, già finite al centro della precedente inchiesta e utilizzate per le fase fatturazioni. Più volte intercettato, Stellitano, parla di consegne di “mazzette a colori”, oppure di pelli, ma era un modo convenzionale per definire la fornitura di denaro al nero.

Nel complesso sono 18 le persone indagate, tra collaboratori di Taglialatela e Bocchetti, titolari di imprese toscane e responsabili di ditte di spedizioni, tutti già destinatari di decreti di perquisizione e informazioni di garanzia, eseguiti nell’ottobre 2018 nei confronti di 28 abitazioni e sedi di imprese. Tra gli indagati ci sono anche imprenditori di San Miniato, Fucecchio, Pistoia, Santa Maria a Monte, Empoli, Santa Croce sull’Arno e Montecatini Terme. —

sabrina chiellini

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