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contagio sul posto di lavoro 

«Incubo Covid dopo essere stato contaminato dai soldi dei lombardi al casello autostradale»

daniele benvenuti
«Incubo Covid dopo essere stato contaminato dai soldi dei lombardi al casello autostradale»

Il dipendente Salt: «Era la notte dell’8 marzo, quella dell’esodo dalla zona rossa del nord. Non avevamo ancora le mascherine»

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fauglia

«Ho contratto il coronavirus con molta probabilità sul mio posto di lavoro, e cioè il casello autostradale dove mi occupo delle riscossioni dei pedaggi. Sono stato ricoverato per 10 giorni in ospedale, un vero incubo. Oggi posso parlare di quei giorni come di una terribile esperienza lasciata alle spalle. Ma la paura è stata davvero tanta».

A raccontare questa storia è Roberto Corsini, dipendente della Salt (la società che gestisce la tratta autostradale Livorno-Sestri Levante) e consigliere comunale di Fauglia. Da un giorno all’altro si è trovato faccia a faccia con il virus, nonostante l'età non a rischio potenzialmente ed un fisico integro essendo anche ciclista amatoriale. Un incubo che si è concluso il 30 aprile con il rientro a lavoro dopo un mese e mezzo di battaglia, per fortuna vinta, contro il Covid-19.

Questa storia inizia la notte tra il 7 e l’8 marzo, quando Roberto Corsini si trova a lavoro nel suo turno al casello di Livorno. Una notte particolare, purtroppo per lui, perché è quella che precede l’annuncio del presidente del consiglio Conte del blocco di tutta l’Italia con il conseguente folle esodo verso il sud soprattutto di residenti in Lombardia.

«Il turno notturno è di norma tranquillo in quel periodo – racconta Roberto Corsini – ma verso le una comincio a notare un traffico anomalo in uscita con la quasi totalità delle autovetture proveniente dalla Lombardia. Avvertiamo subito i nostri superiori facendo presente che proprio da quella regione non dovrebbe arrivare nessuno in quanto zona rossa. Purtroppo, non avevamo ancora in quel momento dispositivi di protezione personale e quindi in quelle condizioni finisco il mio turno alle 6 di mattina».

Dopo pochi giorni, il virus si manifesta «con una febbre altissima – ricorda ancora Corsini – che dura oltre una settimana, tanto che il mio medico di famiglia decide di mandarmi al pronto soccorso. Un’ambulanza attrezzata per i presunti malati Covid mi preleva da casa, dove comunque avevo fatto in autonomia una personale quarantena rispetto a parenti e figli; alle 15 arrivo in ospedale e alle 2 il medico mi comunica di essere affetto da coronavirus. E sono proprio gli stessi medici a dirmi, dopo avermi chiesto ipotesi su come potevo aver contratto il contagio, che con molta probabilità la causa poteva essere i soldi o le carte di pagamento che avevo maneggiato in quel mio turno notturno al casello».

I lunghi giorni in ospedale con la preoccupazione evidente per le condizioni di salute fanno giustamente dimenticare le questioni più pratiche della malattia rispetto al lavoro. Ma qui iniziano altri problemi, come sottolinea Roberto Corsini: «Il 27 di marzo vengo dimesso e ritorno finalmente a casa, uscendo dall’incubo. Nel frattempo la Salt mi mette al corrente che per chi come me era stato contagiato dal virus sul posto di lavoro, sarebbe stata prevista una copertura assicurativa. Una piccola soddisfazione economica dopo tanta paura. Ma al danno del virus ecco la beffa. L'assicurazione mi spiega che il contagio è avvenuto troppo presto in quanto la polizza sarebbe stata stipulata il 26 marzo e io, essendo stato dimesso il 27, non avevo la possibilità di essere coperto da tale assicurazione».

Roberto Corsini il 30 aprile ha ripreso il lavoro, iniziando una battaglia legale. «Non solo per me – conclude – ma anche per altri colleghi che possono essere nelle mie condizioni avendo lavorato in piena emergenza senza dispositivi di protezione personale. Mi sono affidato al sindacato per tutelare i miei diritti. Dopo tanta paura per la mia vita non mi sarei certo immaginato di dover affidare ad un legale il riconoscimento dei danni lavorativi derivati dal Covid-19». —

daniele benvenuti

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