La protesta
Sos dei locali volterrani «Stop alle tasse locali e meno burocrazia»
La strada per ripartire è tutta in salita: «L’asporto serve solo a tenere i rapporti coi clienti, in giro c’è tanta esasperazione»
VOLTERRA
Liquidità, contributi, suolo pubblico. Gira intorno a queste tre richieste il grido di aiuto dei commercianti volterrani, fra coloro che in questi giorni si sono già organizzati per asporto e consegne a domicilio e chi guarda all'estate con un misto di speranza e rassegnazione. «Di soli volterrani non si campa». Di qui alcune richieste che in questi giorni vengono ribadite in tutti i tavoli, dal nazionale al locale. «Se la data della riapertura è competenza di Governo e Regione, il tema del sostegno effettivo a tutti gli imprenditori coinvolge il Comune – sottolinea Sergio Brizi, di Confcommercio –. Praticamente non fatturiamo da due mesi e il futuro è avvolto in una nebulosa. Abbiamo un grande e urgente bisogno di liquidità immediata per superare questo momento tremendo e la richiesta che come Confcommercio, finora rimasta senza risposta, abbiamo già inoltrato al sindaco è proprio quella di una cancellazione della tassazione locale per tutto il 2020». Fra le proposte la cancellazione di suolo pubblico e tassa di soggiorno per il 2020, ma anche lo stanziamento di contributi a fondo perduto per abbattimento degli affitti commerciali per le aziende rimaste o che rimarranno chiuse». «Chi, in locali come tanti hanno a Volterra, ha un'attività in cui tanto si giocava ai tavoli, in spazi comunque ristretti, adesso non sa come fare – rincara Marco Migliorini, di Confersercenti –. Il domicilio è un aiuto, ma solo per mantenere un qualche legame coi clienti. Manifestazioni di esasperazione da parte di commercianti in questi giorni ce ne sono molte. Anche le misure che sono state decise per la liquidità si stanno rivelando complicate nell'accesso e sono appena raggiungibili da chi ha una fiscalità regolare. Chi già navigava in brutte acque prima, con meno garanzie rischia di non vedere la fine della crisi». E non si parli di insensibilità alla questione sicurezza. «Io sono stata una delle prime a chiudere, prima che mi obbligassero – racconta Susanna Scali, titolare delle due enoteche “Porgi l'altra pancia” – L'ultima domenica, prima del blocco, abbiamo lavorato quasi solo con gente del nord. Ho una madre di 80 anni e due nipoti piccolissimi, non voglio rischiare. Ma adesso, dopo tutti gli ultimi versamenti mi ritrovo con 5 euro sul conto. Ci siamo adeguati e siamo partiti con l'asporto, per fare qualcosa, ma non basta. Dei tre contributi che dovevano arrivare me n'è arrivato uno, come faccio?». L'asporto, poi, non è per tutti. «Chi prevalentemente non lavorava con la ristorazione adesso deve inventarsi – racconta Pietro Garofano, di Antica Velathri Caffè, specializzata in sofisticati cocktails ed aperitivi –. Da noi i clienti venivano a cercare un'esperienza, una bevuta diversa dal solito, al tavolo. Ci stiamo organizzando per l'asporto ma è dura. Adesso stiamo provando ad intavolare collaborazioni con un ristorante e con i dolci fatti in casa. Ma sarà necessario venirci incontro per gli spazi esterni e per abbattere la burocrazia, che specie su bevute e somministrazione alcolici è molto pesante». —
Nilo Di Modica
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