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«Social e capannoni per le messe nella Fase 2 Ma dobbiamo riscoprirci più umani e solidali»

marco sabia
«Social e capannoni per le messe nella Fase 2 Ma dobbiamo riscoprirci più umani e solidali»

Don Donato, parroco di Santa Croce: «La gente ha paura e tante famiglie sono in difficoltà ma Dio non ci ha abbandonati» 

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L’intervista

A Santa Croce c’è arrivato in bici, in una giornata bagnata da una pioggia frizzante. Mai avrebbe immaginato – alcuni mesi dopo – di trovarsi alla guida di una comunità spirituale spaurita e di dover cercare un modo per dar conforto a persone che iniziano a sperimentare difficoltà mai vissute, dalla quarantena obbligatoria a casa alla mancanza di beni di prima necessità, come il cibo. Ma don Donato Agostinelli, meglio conosciuto come “Don Dò”, il parroco in moto perpetuo che gira per Santa Croce con la sua bici, un colbacco e un mega ombrello (quando piove), non si è dato per vinto. Si è attrezzato, ad esempio, per diffondere su Facebook la messa, perché «chi crede ha bisogno di nutrirsi anche del corpo di Cristo». E si sta preparando alla fase 2 col sogno, magari, di poter inforcare di nuovo la sua bici da corsa con gli amici su qualche salita (ad esempio l’amato San Baronto).

Don Donato, come si vive reclusi in casa?

«Beh, io ho avuto la fortuna di poter uscire in alcuni casi, anche per cercare di animare questa comunità. Però immagino che la convivenza forzata magari in spazi ristretti non sia semplice, non c’è l’abitudine a condividere giornate intere con le stesse persone».

Le persone cosa le chiedono?

«Hanno paura? C’è chi ha bisogno di aiuto materiale e noi ci spendiamo fornendo cibo, buoni alimentari, mascherine e gel, insomma tutto quello che oggi è indispensabile. E c’è chi inizia a sentire il peso della situazione: si percepisce che c’è un nemico, che però è invisibile; questo fa aumentare la diffidenza fra le persone, perché non sai mai da chi potrai essere contagiato. C’è, in poche parole, paura a incontrare l’altro».

Ai suoi fedeli quanto manca la messa?

«Tanto, alcuni magari hanno difficoltà ad accettare che si possa andare a comprare le sigarette ma non in chiesa; chi crede ha bisogno di nutrirsi di Gesù Cristo, è un bene primario avere un conforto e la convinzione che questa non sia una punizione divina. Dio non ci ha abbandonati».

Le celebrazioni in diretta funzionano?

«Sì, molto. Mi è capitato di guardare i dati “di ascolto” e ho notato che le persone che guardano la nostra messa sono tante, sicuramente di più di quelle che realmente vengono in chiesa. È un servizio che probabilmente rimarrà anche quando inizieremo a tornare alla normalità».

Secondo lei perché?

«Si torna al discorso di prima, in un momento così abbiamo bisogno di conforto, di vedere una faccia amica che ci rassicuri o che ci faccia sorridere con una battuta. La messa nella propria chiesa col proprio parroco ha un valore particolare per i fedeli, senza dimenticare che si dà un servizio all’anziano che non si può muovere. La domenica deve rimanere il giorno dedicato al Signore».

Come pensa che ne usciranno le persone da questa emergenza?

«Credo che questo periodo ci debba far riflettere: dobbiamo crescere e maturare, sia come persone che come comunità. Non andrà tutto bene se alla fine torneremo a perseguire solo l’interesse e il profitto, a non rispettare gli ultimi e a sfruttare il Creato. Dobbiamo riscoprirci più umani e più solidali, le mani che adesso non possiamo né aprire né stringere dovranno essere protese verso l’altro».

E la chiesa, come ne uscirà?

«Dipende da se e quando ci daranno la possibilità di tornare a celebrare. Alcune chiese sono grandi, per cui potremmo trovare il modo di distanziarci. Nelle chiese più piccole, invece, potremmo fare due “turni”. Niente ci vieta, infine, di ritrovarci in un capannone dove lo spazio non manca per essere distanti al punto giusto. Magari daremo l’eucarestia con i guanti e con una pinza, ma questo è l’ultimo dei problemi».

Don Donato, cosa farà appena tornato “libero”?

«Penso alle persone a cui non abbiamo potuto fare il funerale per i motivi che tutti sanno; a loro voglio garantire una degna sepoltura. Poi c’è il nostro centro Shalom a Fivizzano: dopo mesi di lontananza voglio andare a vedere in quali condizioni si trova, anche noi vogliamo trovare una strada per ripartire».

E la bici Don Dò?

«Beh, lo davo per scontato. Fare un bel giro con gli amici appena possibile: ho dei vecchi rulli, ma non è la stessa cosa». —

marco sabia

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