Gioco
«Ho chiuso l’azienda: la salute dei lavoratori viene prima di tutto Seguite il mio esempio»
Rosati guida la Factory che realizza capi indossati da Vasco e Lady Gaga «Spero lo facciano in tanti anche se doveva essere il governo a imporlo»
L’intervista
Chiudere – a malincuore – per 15 giorni, allo scopo di anteporre l’interesse umano a quello economico: è questa la filosofia che ha portato alla chiusura fino al 25 marzo della Factory di Fucecchio, la fabbrica dove vengono realizzati capo di lusso (scarpe, giacchetti, gonne, pantaloni, borse) che poi vanno a vestire grandi artisti come Vasco Rossi e Lady Gaga (e, di recente, anche Levante sul palco di Sanremo) attraverso la casa di moda Drome. Una realtà di successo nel comprensorio del cuoio, nata con una scommessa in un garage a Massarella con tre sarte. E oggi, a distanza di vent’anni, piombata sulle passerelle dell’alta moda più glamour e fashion del mondo. L’azienda, che ha sede in via Pistoiese e conta 80 dipendenti, da ieri mattina ha deciso autonomamente di chiudere fino al 25 marzo. A spiegare perché è uno dei fondatori e proprietari, Ferrero Rosati. Il quale si appella anche agli altri colleghi del distretto e del circondario, affinché facciano lo stesso.
Rosati, perché avete chiuso?
«In verità volevamo farlo da una settimana e speravamo che fosse il governo ad imporre questa scelta. Poi, però, visto che non sono arrivate indicazioni in questo senso, abbiamo deciso in maniera volontaria, seguendo la nostra coscienza. Un governo deve avere il coraggio di fare una scelta di questo tipo: credo che le fabbriche, se non quelle che veramente producono beni vitali e necessari, debbano restare chiuse per almeno 15 giorni; noi realizziamo merce di lusso e credo che per un breve periodo di tempo si possa anche farne a meno. Certo, economicamente ci farà male, non è una scelta a costo zero. Ma i nostri lavoratori vengono prima».
I vostri dipendenti come l’hanno presa?
«Noi siamo nati in un garage; oggi siamo una fabbrica con 80 persone, molte delle quali sono con noi da 20 anni. In fabbrica abbiamo dato mascherine e guanti, ma diventava complicato gestire gli spazi, per questo abbiamo deciso di evitare ulteriori rischi. Abbiamo degli operai fantastici, a cui abbiamo garantito lo stipendio pieno nonostante siano a casa, attraverso ferie e permessi. Avremmo anche potuto far ricorso alla cassa integrazione in deroga, che però non ha lo stesso importo del salario; per questo ci sarebbe dispiaciuto che in un periodo come quello che stiamo vivendo – dove comunque i mutui vanno pagati – un nostro dipendente si trovasse con meno soldi in tasca. Ogni giorno ci alziamo col pensiero che abbiamo 80 famiglie da sfamare».
Ma ce la farete a resistere senza produrre e fatturare?
«Noi ce la mettiamo tutta, anche adesso un piccolissimo gruppetto di persone è in azienda per l’ordinaria amministrazione. Certo, il governo dovrebbe istituire una sorta di “coprifuoco” su tasse e pagamenti, per almeno un anno; ho contatti diretti con imprenditori di Hong Kong, i quali mi dicono che in Asia ci metteranno 6-8 mesi per riprendersi. Figuriamoci noi che siamo soltanto all’inizio, servirà del tempo ma ce la faremo. Gli italiani si sono sempre risollevati da soli, mentre l’Unione Europea continua a dimostrarsi un fallimento».
Che effetto fa vedere la fabbrica chiusa?
«È triste, perché il perenne movimento di persone portava idee ed energie. È inquietante, siamo dinanzi ad una potenziale catastrofe economica, oltre al drammatico aspetto sanitario. È come essere in guerra: sei sotto un bombardamento continuo e non sai quando finirà. Alla fine ne uscirai e dovrai contare le macerie per ripartire. Noi ne usciremo, perché non voglio mai più vedere la fabbrica chiusa».
I suoi colleghi imprenditori cosa dovrebbero fare?
«È il momento di fermarsi. Se non lo fa il governo, dobbiamo farlo noi. Ho sempre sostenuto che nella vita ci vuole coraggio e questo è un periodo in cui occorrono scelte coraggiose: anteponiamo la parte umana a quella economica, anche se poi sarà dura e dovremo rimboccarci le maniche».
Appuntamento al 26 marzo in fabbrica?
«Spero di sì. Vorrà dire che il peggio è passato». —
Marco Sabia
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