Il Tirreno

Pontedera

il personaggio 

La matita simbolo di libertà

A.B.

Aveva una grande passione per il giornalismo, nonostante una moltitudine di ostacoli incontrati. Il suo primo articolo sul Telegrafo risale al 1932

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vicopisano. La penna per scrivere il primo articolo sul Telegrafo la prende in mano nel 1932. Ha 18 anni e una passione, quella per giornalismo e scrittura, alimentata con tenacia nonostante la sua famiglia non la condivida. Anzi, la ostacoli perché la professione di giornalista è prerogativa esclusiva degli uomini.

Liana Millu (nata Millul), ebrea pisana classe 1914, se ne infischia e continua a scrivere con lo pseudonimo che a volte è Liana Millu, nome poi usato tutta la vita, e altre Nalia. Solo l’orrore dei campi di sterminio la costringe a rimandare i suoi sogni. Liana, che dopo il diploma magistrale aveva iniziato a insegnare a Montebrandoni, nel volterrano, entra in un gruppo antifascista clandestino. E per questo viene catturata e poi deportata ad Auschwitz-Birkenau; dopo una durissima permanenza in questo lager, viene trasferita in altri campi a Ravensbrück e poi Malkow. Fino alla liberazione nel maggio 1945. Anche se lei si sente finalmente libera solo a Meclemburgo, quando entra in una fattoria e in mezzo a un pavimento ricoperto dai detriti racconta così il suo incontro con la libertà.

«Su quel pavimento vidi la matita e subito la presi e cominciai a guardarla e a rigirarla: da oltre un anno non ne avevo toccate più. Viste, sì. Tra le mani delle Kapo e delle Ss che mattina e sera controllavano sul taccuino il numero dei “pezzi”. E anche una, tenuta a mezz'aria dalle dita lunghe e bianche del dottor Mengele; ma, essendo matite di lager, non mi erano mai apparse come vere. Non potevano esserlo: appartenendo al mondo di Auschwitz non erano che oggetti temibili, dagli effetti spesso mortali. Quella, invece, era una matita vera. Perciò volli subito provarla, ansiosamente. Avevo bisogno di dimostrarmi che potevo ancora scrivere: scrivendo, avevo la riprova che quella mattina era, veramente, la prima della libertà. Rovistai sul pavimento e, quasi subito, mi venne in mano un libretto rilegato in finta pelle, le pagine tutte bianche. Tagebuch era stampato in un angolo. Scrissi il mio nome sulla prima pagina, più volte, con una gioia sempre più esultante. Non solo sapevo ancora scrivere: possedevo di nuovo una cosa mia! Grazie a quella matita vissi il momento che segnava il mio ritorno tra gli umani. Finalmente una gioia pulita, civile: non la soddisfazione bruta della sopravvivenza».

Un ritorno alla vita per lei che con quella matita iniziò a narrare la sua esperienza nei campi, in particolare delle compagne di prigionia. Il primo libro di Liana Millu esce nel 1947 col titolo “Il fumo di Birkenau” (Milano, “La prora”), ripubblicato da Mondadori (1957) e quindi a Firenze, dalla Giuntina, nel 1979. Primo Levi, suo amico, lo recensisce su la Stampa il 29 giugno 1979, giudicando la Millu la più importante tra le scrittrici della Shoah in Italia. —

A.B.

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