Il Tirreno

Pontedera

La pelle toscana teme lo stop cinese «Il coronavirus è peggio della guerra»

dall’inviato Andreas Quirici
La pelle toscana teme lo stop cinese «Il coronavirus è peggio della guerra»

Pochissime presenze asiatiche alla fiera di Milano dove i conciatori hanno paura degli effetti dell’epidemia sugli affari

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Inutile negarlo. Il coronavirus sta già facendo effetto sulla pelle italiana e, in particolar modo, su quella toscana. Il calo drastico di presenze orientali tra i padiglioni di Rho a Milano, dove oggi si conclude la fiera Lineapelle, è solo l’immagine della situazione. L’incubo, invece, riguarda le ripercussioni negative sugli affari nei prossimi mesi se l’epidemia continuerà a lungo. E la conseguenza immediata è la cancellazione o il dimezzamento di ordinativi già arrivati in conceria da parte delle griffe. Negli stand si cerca di farsi coraggio e di guardare avanti, dopo un 2019 così così. Ma negli occhi di molti conciatori si legge il timore tipico dell’incertezza, lo spauracchio peggiore per chi regala sogni extra lusso attraverso la concia delle pelli.

In giro per la fiera si nota il calo di persone presenti. La reception, solitamente affollata, è desolatamente vuota a metà mattina, nel secondo giorno di manifestazione. Qualcuno gira con la mascherina, attirando gli sguardi distratti ma pensierosi di chi sta loro intorno. «È peggio della guerra – dice Franco Donati, imprenditore esperto del D & Co Consorzio di Santa Croce ed ex presidente di Assoconciatori – perché in quel caso si vende comunque. Oggi non conosciamo il livello di espansione del virus e le griffe stanno ritardando gli ordini, se non annullando, quelli già commissionati. È un grande problema». Le prospettive sono il pensiero che affligge la categoria. «La Cina è un mercato enorme, non solo per le griffe – aggiunge Giuseppe Volpi, della conceria omonima con sede a Ponte a Egola –. Se si ferma a lungo diventa un problema serio, anche se a Lineapelle tutti questi effetti negativi non si sono visti, considerate le drammatiche aspettative della vigilia».

Da quando è scoppiata l’epidemia, in Cina non si comprano più prodotti di moda dei grandi marchi del lusso e i turisti della Repubblica popolare non vengono in Europa a spendere soldi nelle boutique. Complessivamente si parla di un 40% in meno sul fronte degli incassi complessivi del segmento. «E questo è un aspetto centrale per inquadrare la situazione – afferma Simone Castellani della conceria Sciarada di Santa Croce – perché le concerie italiane difficilmente sono fornitori diretti di produttori cinesi. La nostra pelle costa troppo per loro. Ma il mercato cinese rappresenta il 40% dei fatturati delle griffe che sono i nostri committenti principali. E se il calo è di questa portata occorre prepararsi. È anche vero, però, che la vitalità del nostro comparto si sta comunque dimostrando anche in questo appuntamento fieristico. Mancano i cinesi e ci sono pochi asiatici, è vero, ma non posso dirmi deluso da questa edizione, in cui di visite da parte di compratori ne abbiamo avute e, in generale, la voglia di superare le difficoltà è evidente».

Chi appare tranquillo è Giorgio Tempesti, dell’omonima conceria di Ponte a Egola, insieme a uno dei soci, Matteo Alderighi: «Abbiamo lavoro fino a primavera e siamo davvero soddisfatti. Rispetto all’anno scorso, di questi tempi, i volumi sono più o meno gli stessi, ma sono ripartiti su più clienti. Che è comunque un bene».

Insomma, si prova a essere ottimisti, ma non è facile in un contesto in cui l’incertezza internazionale risulta essere il peggior nemico delle vendite al dettaglio dei beni di lusso. E il coronavirus coinvolge tutti i settori di questo speciale mercato. Non a caso, in molti citano l’esempio di Apple che produce gran parte dei propri prodotti in Cina e ha rivisto le stime di crescita.

«È un problema per tutti – sottolinea Maila Famiglietti della conceria Nuova Osba di Fucecchio – non solo per la pelle. Ma il nostro settore è appena uscito da un 2019 non buono e vedevamo, invece, un inizio di 2020 positivo. Questa situazione non ci voleva proprio». Il presidente del Consorzio di Ponte a Egola, Michele Matteoli (cuoificio Otello), incita gli imprenditori a non darsi per vinti: «Dobbiamo farci trovare pronti, sia a un periodo negativo che a una improvvisa ripartenza della Cina». —



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