Il Tirreno

Pontedera

sentenza dopo otto anni 

Assolte le due avvocatesse accusate di falso dai clienti

S.C.
Assolte le due avvocatesse accusate di falso dai clienti

Il fatto non sussiste: questo il verdetto del giudice Il documento su cui si reggeva l’accusa era andato smarrito

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SANta croce. Assolte perché il fatto non sussiste. Si è chiuso così il processo di primo grado contro due avvocatesse della provincia di Pisa, Monica Calò, 50 anni, di Santa Croce sull’Arno, e la collega, Barbara Lemmi, di Buti, difese dall’avvocato Anna Francini. Dal dibattimento non è emersa la prova che le due professioniste avessero falsificato una firma, reato avvenuto nel 2012 e di cui erano state denunciate da due imprenditori, padre e figlio, di Santa Croce sull’Arno. In buona sostanza gli imprenditori vantavano un credito nei confronti di un’azienda. Si erano rivolti a una delle due professioniste che ha uno studio a Santa Croce sull’Arno per promuovere la casa civile contro l’azienda insolvente. Quando vennero chiamati a pagare la notula cominciarono anche voler capire cosa era successo. Volevano quindi i documenti per cambiare difensori e presentare ricorso in appello. È in questa fase che si erano accorti che agli atti c’era un mandato speciale, cioè una procura a rappresentarli, che i due non avevano firmato. Quella carta, a loro insaputa secondo l’accusa, dava il via a rappresentarli anche all’avvocatessa, sempre dello stesso studio professionale. L’avvocatessa poteva trattare in nome e per conto dei clienti, al processo assistiti dall’avvocato Michele Cieri di Firenze, lasciandoli all’oscuro. Dopo 8 anni il processo (erano accusate di falso) si è concluso. La difesa ha puntato sul fatto che chi ha denunciato le avvocatesse è convinto di non avere firmato il mandato. Ma negli atti acquisiti quel documento non c’è. Il fascicolo risulta essere andato smarrito alla Corte d’Appello. È stato ricostruito dalle parti. E la perizia calligrafica richiesta dagli imprenditori è stata depositata fuori termine, ad indagini scadute e quindi non è stata utilizzata al processo. «Prendiamo atto con rammarico della sentenza di proscioglimento con formula dubitativa rilevando che la prova non è stata pienamente raggiunta a causa della utilizzabilità dell'accertamento tecnico esperito per motivi procedurali. Attendiamo le motivazioni per procedere in sede civile», commentano i due imprenditori. —

S.C.

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