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In tribunale 

Aggredì dipendente comunale, condannato

S.C.
Aggredì dipendente comunale, condannato

Nei guai “Ciro d’oro” cantante napoletano che protestava nonostante gli aiuti sulla casa da lui ricevuti

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SANTA CROCE SULL’ARNO. Ciro Laezza, di Napoli, 57 anni, cantante neomelodico napoletano, conosciuto con il nome d’arte di Ciro D’oro, non si è presentato nemmeno ieri mattina, in tribunale a Pisa, dove veniva giudicato per un fatto da lui commesso nel 2014, in municipio a Santa Croce sull’Arno e che gli è costato una condanna a sei mesi di reclusione.

La sua storia è finita nuovamente in Tribunale a Pisa, dove è già stato processato per altri fatti che lo hanno visto protagonista in seguito ad un sfratto da lui contestato, per la denuncia presentata all’epoca dal Comune di Santa Croce sull’Arno e da Alberto Cioni, ex dipendente comunale ora in pensione. In quel momento Cioni si occupava anche dell’ufficio casa del Comune, oltre che della segreteria. Venne e aggredito e minacciato da Laezza sempre per questioni che riguardavano la casa. Trattandosi di minacce e lesioni nei confronti di un pubblico ufficiale e quindi di reati procedibili d’ufficio il processo è andato avanti anche se Cioni, nel frattempo, ha ritirato la querela e non si è costituito parte civile. Ieri mattina era presente in tribunale quando il dibattimento è stato chiuso e il pm ha chiesto la condanna a 6 mesi e 10 giorni di reclusione.

Laezza, che aveva avuto un precedente di questo genere per avere devastato una casa che aveva preso in affitto a Santa Croce e da cui poi era stato sfrattato, era andato in Comune a chiedere un nuovo alloggio, in particolare dopo che aveva affrontato la separazione dalla moglie.

Il Comune lo aveva aiutato e gli aveva assegnato un alloggio. Poco dopo l’uomo, difeso dall’avvocato Marco Romeo, era tornato all’ufficio sociale per protestare. «Quella casa è una topaia», si era rivolto in questo modo a Cioni, durante la prima irruenta visita per ottenere un’altra sistemazione abitativa. I primi di luglio del 2014 era tornato con moglie e figli, anche se la coppia non stava più insieme, a battere i pugni all’ufficio cosa. Cioni, suo malgrado, si era trovato a riceverli. Alla fine, dopo averlo minacciato – «O mi trovi casa o ti ammazzo» - gli aveva messo le mani al collo, mimando il gesto della pistola puntata alla fronte. Da qui le accuse di violenza e minaccia a pubblico ufficiale per indurlo a compiere un atto contrario ai suoi doveri d’ufficio. Dopo sei anni è arrivata ieri la sentenza di primo grado.

S.C.

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