Il Tirreno

Pontedera

«Lo vidi steso a terra occhi chiusi, non parlava»

Pietro Barghigiani

operaio morto dopo una testata: in aula parla un teste 

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bientina. «Entrai nello spogliatoio e lo vidi steso a terra. Iniziai a chiedergli cosa era successo, ma lui non rispondeva. Sulla parte sinistra della fronte aveva una piccola macchiolina rossa. Era bianco in viso».

Paolo Pagano è stato il primo dei cinque testi sentiti ieri mattina in Corte d’Assise (presidente Dani, a latere Messina più sei giudici popolari) nel processo per omicidio preterintenzionale a carico di Zinhi Cullhaj, 25 anni, di Bientina, assente in aula, difeso dagli avvocati Sara Baldini e Laura Deri. Cullhaj era il compagno di lavoro di Astrit Gerdeci, il connazionale morto il primo aprile 2018 a 44 anni dopo un’agonia iniziata l’8 marzo. Quello che successe davvero negli spogliatoi della ditta “Nicola Incontrato” di Bientina è il tema del processo. Secondo l’accusa, pm Giovanni Porpora, Cullhaj, dopo essere stato offeso da Astrit - un epiteto contro la madre - gli avrebbe dato una testata.

Le conseguenze di quella lesione furono certificate dai medici di Cisanello il primo aprile. Numerose le parti civili, tra i familiari della vittima, assistite dai legali Federica Coppi e Daniele Regi.

«Gli chiedevo cosa era successo e lui non rispondeva – ha proseguito il collega Pagano –. Gli tiravo su le gambe per farlo riprendere. A un certo punto vidi uscire dal bagno Cullhaj. Gli chiesi dell’acqua e lui tornò con una bottiglia e quasi me la lanciò bagnandomi. Un gesto che mi sembrò cattivo».

Alla domanda dell’avvocato Baldini se l’imputato avesse avuto segni in faccia, il teste ha risposto di no.

Pagano ha poi ricordato, seguendo l’excursus del pm, l’attività dei primi soccorritori.

«Abbiamo caricato Astrit in auto insieme a suo fratello – ha proseguito –. Aveva gli occhi semichiusi. Le uniche parole pronunciate in albanese le ha rivolte al familiare che poi mi ha spiegato cosa aveva chiesto. “Mi fa male la pancia, voglio andare in bagno a casa mia”. Così mi rispose il fratello, riferendomi il colloquio con Astrit, quando gli domandai perché anziché andare subito in ospedale a Pontedera, all’altezza del Boccaccio, girammo verso la sua abitazione».

Sdraiato sul letto in camera, Gerdeci venne poi soccorso dal personale dell’ambulanza inviato dal 118. E da quel pomeriggio dell’8 marzo 2018 iniziò un conto alla rovescia con la speranza di una salvezza svanita nel giorno di Pasqua. Tra i testi è stato sentito anche il comandante della stazione dei carabinieri di Bientina, maresciallo Marco Monti che ha riferito dei primi sopralluoghi nella fabbrica. L’assenza di testimoni oculari di quella che per l’accusa è stata un’aggressione per futili motivi, legati a ragioni di lavoro con l’offesa a fare da detonatore, priva il processo di una componente sostanziale. Secondo la difesa a peggiorare il quadro clinico di Gerdeci ci sarebbero anche le sue condizioni di salute che lo portavano a chiedere permessi di 2-3 giorni al mese per sottoporsi a visite mediche. Prossima udienza il 21 febbraio. —

Pietro Barghigiani

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