Lutto
«Qui un laboratorio per la rivoluzione industriale 4.0»
Un gruppo di ricercatori: il conciario è rimasto a metà del guado Gliozzi: «Coinvolgere scuole e università per capire i benefici»
SANTA CROCE. È – a tutti gli effetti – una rivoluzione industriale, la quarta: il comprensorio del Cuoio non poteva non esserne attraversato, visto che di conceria (ma anche di pelletteria e di calzatura) 4.0 si parla da anni. La cosiddetta industria 4.0 non è altro che l’utilizzo di macchinari (anche robot), competenze e tecnologie evolute allo scopo di ottimizzare e digitalizzare i processi produttivi, rendendoli più convenienti e veloci, senza influire sulla qualità.
Un qualcosa di non semplice in un contesto come quello del distretto del Cuoio, dove la manualità e l’artigianalità sono (giustamente) ritenute un valore aggiunto e una fonte d’orgoglio. Un qualcosa che il più aggiornato e sofisticato software del mondo non potrà mai replicare. Sul grado di penetrazione, con particolare riferimento al distretto industriale di Santa Croce e nell’area fiorentina, si è concentrato uno studio interuniversitario (coinvolti gli atenei di Firenze, Pisa e Siena) che si è focalizzato sui processi produttivi delle filiere toscane della concia e della pelle, della pelletteria e delle calzature. Ed è emerso che tutto il comparto che ruota attorno alla filiera della pelle è a… metà del guado. Sono stati acquistati e messi in azienda macchinari evoluti, ma spesso non sono state aggiornate le competenze degli operatori. I ricercatori – che ieri hanno presentato questa ricerca nella sede di Poteco – hanno insistito su questo aspetto, perché sennò andrà acuendosi il ritardo tra le possibilità tecnologiche a disposizione e la capacità di sfruttarle.
Le associazioni di categoria, da par loro, hanno recepito i suggerimenti e fatto una proposta: «Parlandone – ha spiegato Aldo Gliozzi dell’Assoconciatori – abbiamo pensato di proporre un modello formativo diverso, che vada oltre i classici bandi messi a disposizione dall’Unione Europea. Il nostro territorio potrebbe diventare un vero e proprio laboratorio dell’industria 4.0, col coinvolgimento delle nostre Università e dei nostri indirizzi professionali, come quelli del Cattaneo di San Miniato e del Checchi di Fucecchio. Un periodo di sperimentazione, rivolto agli addetti ma anche agli imprenditori della durata di 2-3 anni, al termine del quale tirare le fila e capire quali benefici ci può portare questa rivoluzione industriale». Ma perché dover “rivoluzionare” un distretto che nella zona sfama migliaia di famiglie? «Perché – ha spiegato il coordinatore della ricerca, il professor Lorenzo Zanni – il distretto ha superato la fase iniziale di questa rivoluzione e si sta avviando verso la fase intermedia. Se prendiamo come esempio la Volkswagen tedesca, il distretto si trova più o meno a metà. È anche vero che certi aspetti del settore del pellame non possono essere digitalizzati, come ad esempio il sapere artigiano. Ma è altrettanto vero che le risorse offerte dall’approccio 4.0 possono aiutare l’imprenditore nell’esatta lettura del contesto economico, un qualcosa che fa la differenza».
Le associazioni, come detto, hanno recepito i suggerimenti ma hanno anche rimarcato alcune questioni. Ad esempio Simona Vezzi dell’associazione Assa: «Alcuni dei parametri utilizzati nella ricerca sono utopistici per le nostre realtà, perché noi contoterzisti siamo quotidianamente coinvolti nel lavoro e anche investire in tecnologie richiede fondi».
«Nel mondo reale – ha aggiunto Gianluca Papini di Toscana Manifatture – siamo un po’ più indietro e nel cambiamento saranno decisivi i giovani, i futuri addetti e imprenditori». Sulla stessa lunghezza d’onda Daniela Carlotti del Consorzio Conciatori di Ponte a Egola: «È un cambiamento prima di tutto culturale e di mentalità, oltre che tecnologico, che deve partire in primis da un differente approccio scolastico». —
Marco Sabia
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