Il Tirreno

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la storia 

Femmina di capriolo prigioniera per 20 giorni nel palazzo abbandonato

A.Q.

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CASTELNUOVO VALDICECINA. È stata chiamata Libera la femmina di capriolo che è rimasta “prigioniera” di palazzo abbandonato, ma soprattutto della burocrazia. Alla fine, l’animale è stato salvato e lasciato in una tenuta di cura della fauna selvatica.

Tutto comincia alla vigilia di Natale in centro a Castelnuovo Valdicecina dove si trova un edificio abbandonato, in cui fino a qualche anno fa si trovava una sede di Enel. Ai lati dell’edificio ce ne sono altri, abitati, dalle cui finestre gli inquilini vedono la femmina di capriolo saltellare impaurita e alla ricerca di una strada per saltare sul terrapieno che circonda il cortile del palazzo abbandonato.

La curiosità dei vicini dura alcune ore, poi la vedono sparire e non ci pensano più.

A capodanno, però, la piccola riappare. E tutti si preoccupano. Evidentemente non è mai riuscita a fuggire, trovando sempre il cemento del terrapieno a impedirle di salire sulla strada per tornare nel suo habitat naturale. Qualcuno si avvicina, ma catturarla è praticamente impossibile. A quel punto occorre fare qualcosa e a tutti viene in mente Emanuela Mussida, consigliera comunale di Castelnuovo Valdicecina, nota a tutti anche per essere la ex moglie di Pier Silvio Berlusconi. La diretta interessata è titolare della tenuta Codirosso e sede dell’Alfa, un centro di recupero per fauna selvatica. «Non è stato facile – racconta Mussida – ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Oltre alla difficoltà logistica abbiamo dovuto affrontare la burocrazia. Si trattava di un animale in buono stato di salute in un’area privata. Da qui il problema di capire il modo di agire senza violare la normativa. Tra telefonate, mail e contatti siamo riusciti, dopo venti giorni, a intervenire per liberarla».

La consigliera comunale ha postato un video commovente sulla pagina Facebook della sua tenuta. «Grazie al funzionario della Regione, Alberto Panicucci e al sindaco Alberto Ferrini, oltre a cittadini che hanno portato cibo all’animale, come Piera Battaglini, l’abbiamo liberata nell’area per il recupero della fauna selvatica – aggiunge Emanuela Mussida – L’ho chiama Libera perché rappresenta il senso di tutta questa vicenda. Avevo paura che, liberandola nella macchia, sarebbe potuta andare incontro ai cacciatori e, quindi, a morte certa. Per questo abbiamo preferito il parco recintato dove può correre libera senza paura». —

A.Q.

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