Il Tirreno

Pontedera

“eravamo seggiolai” 

Da Dindo a Buetto: Castelfranco di Sotto raccontato coi soprannomi

Giacomo Pelfer
Piazza Vittorio Emanuele all’inizio del Novecento (oggi piazza Remo Bertoncini)
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Piazza Vittorio Emanuele all’inizio del Novecento (oggi piazza Remo Bertoncini)

Dal bidello al campione di podismo, passando per Spellagatti e Gambalesta. In un libro realizzato da sette amici l’elenco di 726 nomignoli, le storie e le foto

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CASTELFRANCO. Chi è più avanti con l’età ne ricorderà molti, ma per i più giovani si tratta quasi sempre di nomi e storie mai sentiti. Personaggi incredibili di una Castelfranco di Sotto tenera e assolutamente autentica, dove prendersi per i fondelli era il primo e il più amato dei passatempi. È così che sono nati soprannomi divenuti un’istituzione, insieme a racconti e aneddoti dove la realtà finisce talvolta per mescolarsi alla leggenda.

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Sono le storie raccolte nel libro “Eravamo Seggiolai”, presentato sabato pomeriggio nella sala danza dell’orto di San Matteo, di fronte ad un pubblico arrivato in massa per conoscere il risultato di un lavoro che sembra aver centrato nel cuore dei castelfranchesi.

Un lavoro nato da un’idea di Mauro Marinari, 71 anni, ex grafico pubblicitario con esperienze di lavoro in Italia e all’estero, che dal 2017 ha coinvolto nel progetto anche lo zio Eugenio Marinari (parrucchiere, protagonista di un altro libro, “Memorie permanenti”), la moglie Ivana Marangoni, l’ex sindaco Rosario Casillo, il responsabile della biblioteca comunale Fabrizio Nelli, la catechista Vlascovia Papini e l’ex insegnante di lettere Cristina Valori. Sette amici che per un paio d’anni si sono riuniti a casa di Mauro Marinari riportando alla memoria i personaggi del paese, con i loro soprannomi e le loro storie, dividendosi poi l’incarico di andarne a cercare i parenti, parlarci e intervistarli raccogliendo foto e notizie.

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L’obiettivo di partenza era di mettere insieme i vecchi soprannomi, ordinandoli come in una sorta di enciclopedia, ma da quei nomi sono saltate fuori le storie e le avventure dei vecchi personaggi del paese. «Ci siamo divertiti come matti – racconta Marinari – tanto che ad un certo punto ci siamo posti un termine per chiudere il libro, perché ogni volta saltava sempre fuori qualcosa di nuovo. La cosa più bella è stata la disponibilità delle famiglie che ci hanno aperto i loro album fotografici, permettendoci di pubblicare immagini che a Castelfranco non si sono mai viste».

Il risultato è un’opera divisa in 75 storie corredate da 240 fotografie, insieme ad un elenco di 726 soprannomi. Numeri importanti e che la dicono lunga sia sul lavoro certosino portato avanti dagli autori del libro, ma che della vastità di storie e di ricchezza che hanno contraddistinto Castelfranco di Sotto nel suo glorioso passato.

Un elenco di “seggiolai”, perché è così che i castelfranchesi erano chiamati fino agli anni’ 40, per via delle botteghe che fasciavano sedie e fiaschi con il salicchio preso in Usciana, anche se l’appellativo sarebbe stato ideato durante i derby di calcio dai santacrocesi, ribattezzati a loro volta “gli sciabordoni”, antesignano per più moderno “pellai”.

«Il nostro intento – riprende Marinari – è stato quello di tramandare la memoria di personaggi che nel loro piccolo hanno fatto la storia del paese, ma di cui nessuno si ricorderà più dopo la nostra generazione».

E mettersi a sfogliare il libro, anche per i non castelfrachesi, può essere un affascinante viaggio nella memoria di un luogo importante come la cittadina conciaria.

È così che da quelle pagine saltano fuori le storie di Attila, il falegname elegantissimo con le mani sempre sporche di vernice, oppure l’episodio che ha generato il soprannome di Spellagatti affibbiato a Giuseppe Mariani e al figlio Pier Giovanni, indimenticato maestro. E ancora le storie del Morino e di Gambalesta (il “Pasquino” di Castelfranco), del bidello Vittorio Costagli (per tutti Dindo) e del leggendario Frilli, il tirchio che alla sua morte voleva farsi gettare in Arno. Senza dimenticare il campione di podismo Giuseppe Marabotti, per tutti Buetto, o le immagini in bianco e nero di luoghi storici come il bar del Tuccini (nell’ex macelleria Pasqualetti), con i suoi tavolini davanti al Comune e l’amatissima sala tv dove ogni giorno, a quanto si racconta, una donna portava un maglione per prenotare al marito il posto in prima fila. «Alla fine viene fuori l’immagine di un paese fatto di ingegno, solidarietà e ironia», ha detto Vlascovia Papini durante la presentazione.

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di Redazione web