Gioco
Pier Vittorio Buffa esempio di giornalismo, dalle inchieste scomode ai siti dei quotidiani locali
Nell’82 finì in carcere per non aver rivelato la fonte dello scoop sulle torture ai brigatisti coinvolti nel sequestro Dozier. Dall’Espresso ai giornali ex Finegil, di cui divenne uomo di punta. Poi reinventò i siti internet delle testate locali del Gruppo. A lui viene assegnato il Premio Ghinetti 2019
A Pier Vittorio Buffa sarà consegnato sabato 14 il premio Roberto Ghinetti, riconoscimento intitolato al giornalista del Tirreno morto nel 1993 all’età di 32 anni per una grave malattia. Quella del 2019 è l’edizione numero 26. In passato è stato assegnato, tra gli altri, a Sandro Curzi, Andrea Purgatori, Giulio Borrelli, Riccado Iacona, Aldo Cazzullo e Sandra Bonsanti.
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Ogni aspirante giornalista studia sui manuali che esistono casi in cui la deontologia professionale entra in contrasto con la legge. Per esempio il giudice (per legge) può ordinare al giornalista di rivelare una fonte riservata; il giornalista (per deontologia) deve mantenere il riserbo. Sui manuali si spiega che in nome del diritto/dovere del segreto alcuni colleghi sono finiti in galera per aver disobbedito alla magistratura. Uno di questi è Pier Vittorio Buffa. Un maestro che meglio di ogni altro ha saputo coniugare la tradizione col futuro del giornalismo, cercando di trasmettere la sua lunga esperienza alle nuove generazioni: a lui il Comune di San Miniato e Il Tirreno assegnano il premio Ghinetti 2019.
La sua incarcerazione, nel 1982, destò scalpore. L’allora trentenne giornalista dell’Espresso aveva firmato un’inchiesta ( “Il rullo confessore”) sulle torture nella questura di Mestre inflitte ai brigatisti coinvolti nel sequestro del generale americano James Lee Dozier. C’erano poliziotti che seviziavano i sospettati per estorcere informazioni e confessioni. Un’indagine scomoda nell’Italia in fondo al tunnel degli anni di piombo che poteva costare a Buffa, figlio di un ufficiale dei carabinieri, lo stigma del fiancheggiatore. Gli costò invece qualche giorno di galera e fu un’esperienza che lasciò il segno.
L’anno successivo con Franco Giustolisi (il giornalista che denunciò l’esistenza dell’Armadio della vergogna, l’archivio delle stragi nazifasciste scoperto per caso nel ’94 in uno scantinato della procura militare) Buffa realizzò per l’Espresso un viaggio-inchiesta sulla condizione delle carceri italiane, che diverrà anche un libro, “Al di là di quelle mura” (Rizzoli, 1984). Durante quel viaggio, Buffa e Giustolisi incontrarono nel carcere di Nuoro l’ex capo delle Br Alberto Franceschini che affidò loro la sua testimonianza. Ne nacque un libro-culto, “Mara, Renato e io” (Mondadori, 1999). E trent’anni dopo è ancora sulla reclusione, il taglio stavolta è storiografico, l’ultimo lavoro “Non volevo morire così - Santo Stefano e Ventotene, storie di ergastolo e di confino” (Nutrimenti, 2017).
Nel 1989 l’allora brillante giornalista d’inchiesta, già a capo degli Interni dell’Espresso, compì una prima brusca sterzata verso i giornali locali del Gruppo che dal settimanale fondato da Eugenio Scalfari e Arrigo Benedetti prendeva il nome. Buffa divenne così vicedirettore delle testate venete della ex Finegil (oggi confluite in Gedi), la catena di giornali di cui fa parte anche Il Tirreno. L’ispirazione ideologica, racconta Buffa, venne dal “libretto rosso” di Mario Lenzi, dal titolo iconico “Il giornale”. Lenzi era il “padre” dei giornalisti locali del nostro Gruppo, di cui sopravvive ancora oggi l’impronta: livornese, ex partigiano, fondatore e direttore editoriale Finegil, direttore anche del nostro Tirreno. Buffa non lascerà più i giornali locali: dal Veneto andrà in Abruzzo alla guida del Centro, poi di nuovo a Roma – è il 1996 – alla condirezione dell’Agenzia giornali locali (Agl), cioè la redazione che fino a qualche anno fa “confezionava” le pagine di interni ed esteri per i giornali locali.
Nel 2007 una svolta ancora più radicale, anzi un salto nel buio: internet. Buffa, che fino a quel momento si era occupato esclusivamente di carta stampata, trasloca a Kataweb (all’epoca il motore digitale del Gruppo Espresso) e si mette a capo di una piccola redazione specializzata nello sviluppo dei siti dei giornali locali: l’area “local”. In realtà tutto era ancora da sviluppare: un lavoro nuovo da inventare praticamente da zero. Con un manipolo di giovani giornalisti (che lui chiamava “banda di sciamannati” e comprendeva anche l’autore di queste righe) ri-fondò i siti dei giornali (e inizialmente delle edizioni locali di Repubblica).
Cambiare, sperimentare, “integrare” erano le parole d’ordine che Buffa declinava andando a caccia di nuovi stimoli ed esempi. Spesso partiva “in missione” per seguire le conferenze internazionali sulle ultime tendenze del digitale. Tornava col taccuino fitto di appunti, progetti, ispirazioni. È grazie a questo impegno che “i giornali” concorsero anche ai cosiddetti Oscar del giornalismo online (gli Awards dell’Ona) e per tre volte (due col Tirreno) si arrivò in nomination. Ogni tanto Mario Lenzi veniva a trovarlo in ufficio.
Dopo quell’esperienza ogni suo lavoro “analogico” avrà anche una forte controparte digitale. Come "Io ho visto" (Nutrimenti, 2013) che raccoglie le testimonianze dei sopravvissuti alle stragi nazifasciste e i ritratti scattati con la sua macchina fotografica, altra passione di tutta una vita.
Il libro diventerà anche uno spettacolo teatrale interpretato da Pamela Villoresi, nonché un sito che è anche una sorta di prolungamento del viaggio. Internet al servizio della memoria è una costante del suo impegno recente. Come quando il 25 aprile del 2015 cura una “diretta” Twitter immaginando di essere a Milano nel giorno della Liberazione.
Gli ultimi lavori, con Nicola Maranesi, lo legano poi all’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano: in particolare “La Grande Guerra, i diari raccontano” e “Italiani all’estero, i diari raccontano”.
Dal 2013 si occupa stabilmente di aspiranti giornalisti all’Istituto di formazione al giornalismo (Ifg) di Urbino. Prepara nuove generazioni di “bande di sciamannati”, con lo sguardo sempre rivolto al futuro dell’informazione.
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