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Vespa, l’icona che diventa favola e trafigge i cuori dei pontederesi - Il commento
La fabbrica di Pontedera diventa protagonista in prima serata su Rai1, con boom di ascolti, e la città gonfia il petto per la Vespa ed Enrico Piaggio. Il commento di Sergio Braccini, vicecaposervizio della redazione di Pisa e Pontedera
Un’icona che diventa favola e trafigge i cuori, facendo “comunità”, trasmettendo un contagioso senso d’appartenenza e di condivisione. Come sempre più di rado succede ai giorni d’oggi. “Enrico Piaggio, un sogno italiano”, la fiction trasmessa martedì sera da Rai1, ha avuto un impatto emotivo debordante sui pontederesi, riuniti davanti ai televisori come accadeva negli anni di poco seguenti a quelli descritti nel film per la tv, quando da apparecchi simili a scatoloni con buffe manopole uscivano immagini sbiadite, in bianco e nero. E che durante e subito dopo la messa in onda, hanno condiviso in modo impetuoso nel mare magnum dei social l’orgoglio di essere protagonisti di un pezzo di storia universale, iniziata a due passi da casa, in un’Italia ferita, ma combattiva.
Perché quella è anche la storia delle loro famiglie, di quella dell’amico, del vicino di casa, del compagno di scuola. Ognuno ha ricordato a modo suo, commuovendosi pure, esperienze personali, genitori o parenti scomparsi: non c’è famiglia – a Pontedera – in cui almeno un componente non abbia lavorato o lavori alla Piaggio; che non abbia un legame con la Vespa. E anche se la rappresentazione dei fatti connessi alla genesi del più famoso degli scooter è edulcorata, a tratti fantasiosa e priva di immagini girate in città, plot, cast e rivisitazione storica sono quanto mai credibili. Sullo schermo passano immagini di luoghi conosciuti, vissuti; i valori sani della provincia, delle proprie origini. Insieme a figure di fantasia si affacciano personaggi della realtà, conosciuti a molti di coloro che hanno i capelli grigi. In primis il protagonista, Enrico Piaggio, la moglie Paola Bechi Luserna – “Donna Paola”, amatissima a Pontedera e a Montopoli, dove si trovano la villa e la tenuta di Varramista – e la figlia Antonella, che nel film è bambina e ragazzina, o l’ingegner Corradino D’Ascanio.
E arriva addosso agli spettatori “indigeni”, come un treno in corsa, l’enorme forza sociale delle migliaia d’operai che tanto hanno dato per quell’azienda simbiotica, che nel dopoguerra si sono rimboccati le maniche a fianco del “padrone” per ridarle vita; stessa cosa fatta nei giorni dell’alluvione del 1966, quando in poche settimane le tute blu riuscirono a ripulire la fabbrica e a far ripartire la produzione. Sensazioni difficili da spiegare. Solo da godersi, come il soffio morbido d’una brezza amica; come un abbraccio che ha la forza protettrice di tutti quelli che hanno contribuito a fare della Vespa un simbolo del “made in Italy” apprezzato nel mondo, da più di 70 anni.
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