Gioco
Uno scrittore per caso riscopre la Vindobona «Così Fucecchio diventò capitale delle carte»
Alessio Pacini, 50 anni, dirigente d’azienda, ha ricostruito in un libro la storia della gloriosa azienda cancellata dai bombardamenti
tesoro riscoperto
Alzi la mano chi sapeva che a Fucecchio – negli anni Venti, Trenta e Quaranta del Novecento – si producevano mazzi di carte che poi andavano in giro per il mondo, portando in alto il nome di quello che – all’epoca – era un Comune di 12mila abitanti. Probabilmente la mano la alzerebbero in pochi, perché questa è una storia affascinante quanto dimenticata; qualcuno tra chi sta leggendo questo articolo potrebbe avere in casa uno di questi mazzi, senza sapere che sono alfieri di un passato che non esiste più, sepolto dalla guerra e dai bombardamenti. Società Anonima Vindobona, di Paride Giomi, imprenditore sanminiatese: inizia così questo racconto, che da una fabbrica nel futuro ex consorzio agrario di via Battisti si dipana in tutto il globo. E poi torna a Fucecchio, nelle mani di un fucecchiese, parente di una donna che – all’epoca – lavorava alla Vindobona: Alessio Pacini, 50 anni.
A Fucecchio si dice che “un fucecchiese lo trovi ovunque, a New York come a Sidney”; un'espressione che è spesso vera e che vale anche per i mazzi di carte Vindobona. Alessio, responsabile per l’Italia di una multinazionale tedesca che si occupa di pvc, è rimasto folgorato da quei mazzi e dalla storia che celavano. Così, seppur scoraggiato da tanti, tassellino dopo tassellino – anzi carta dopo carta – è riuscito a “ricomporre questo mazzo misterioso” e a farne un libro.
«La mia ricerca – scrive Pacini – nasce dalla lettura di uno dei tanti libri scritti da Riccardo Cardellicchio sulla storia fucecchiese: Il Pozzo di Muscioro. A pagina 57 la mia attenzione è stata colpita dalla scoperta di una fabbrica di carte fucecchiese avente come nome l’antica denominazione di Vienna: Vindobona. Nel 1927, su spinta dell'allora podestà Alfredo Conti, a Fucecchio nacquero alcune fabbriche, tra cui la Vindobona, al civico 9/A di via Battisti. Destino ha voluto che mio figlio, appassionato di carte, mi abbia fatto rivenire in mente questo particolare contenuto nel libro di Cardellicchio, così mi sono messo in moto. Ho cercato sul web, ho parlato con amici che amano la storia fucecchiese e che mi hanno indirizzato».
Poi Pacini conosce altre persone, tra cui Clara Pernice, figlia di Eriberto Pernice, litografo e dirigente dell’azienda. Clara è dispiaciuta, perché non ha mai visto un mazzo di carte disegnato da suo padre, ma racconta tutto quello che sa ad Alessio; scopre parentele e legami, capisce che la Vindobona è qualcosa che ha lasciato ampie tracce, seppur nascoste. «Le maestranze – continua Pacini – erano tutte al femminile, perché servivano manualità e precisione, specie nel taglio dei fogli. La produzione di alta qualità era capillare, spaziando dalle Toscane grandi (o Fiorentine), alle Piemontesi, Liguri, Lombarde, Francesi, Piacentine, Napoletane, Spagnole, Bresciane e altre ancora, senza dimenticare i tarocchi. Un mazzo venne addirittura disegnato dal pittore Aldo Marzi, che a Siena ha dipinto 4 drappelloni, su commissione della ditta dolciaria Giovanni Parenti». La Vindobona negli anni vede l'ingresso in società di Vasco Spinelli, futuro fondatore della Spival di Larciano; conta mediamente circa 20 operai, poi nel ‘44 cadono le bombe, la fabbrica brucia e chiude. Pacini riesce addirittura a trovare le foto dell’epoca, grazie al nipote del fondatore Paride Giomi, Maurizio Cianetti di San Miniato, che giustamente custodisce gelosamente i documenti del nonno.
La carte vengono prodotte fino al ‘44, ma quelle salvate dall'incendio vengono vendute anche negli anni successivi. Però diventano sempre più introvabili e il loro ricordo si sbiadisce come carte utilizzate migliaia di volte. Curioso è quel nome – Vindobona – dato perché all’epoca l’Austria nel mondo delle carte era sinonimo di qualità; una grande operazione di marketing, per un’azienda che era fra le più rinomate d’Europa. Qui – almeno stavolta – finisce la storia della “Fabbrica di carte da giuoco Vindobona”, la quale ha portato nel mondo lo stemma e il nome di Fucecchio, facendoli passare da migliaia e migliaia di mani impegnate a giocare con assi, regine e gobbi. —
Marco Sabia
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