Sicurezza
Usava il bancomat del monsignore a sua insaputa
Dopo una lunga attesa il processo è stato rinviato di alcuni mesi. Protesta in aula da parte di una delle testimoni
PONTEDERA. «Giudice, così non va bene. Sono stata ad aspettare per tre ore e quando arriva il nostro processo scopro che sarà rinviato perché viene assegnato ad un altro giudice. Queste cose si dovrebbero sapere prima, non è giusto tenere qui le persone ad aspettare tutta la mattina». Con educazione e voce rispettosa, una delle testimoni al processo per far luce su un furto di cui era stato vittima monsignor Enzo Lucchesini prima della sua morte, si duole con il giudice Maria Grazia Grieco della lunga attesa che ha preceduto il rinvio a marzo 2020 del processo contro un filippino accusato di aver usato il bancomat del defunto parroco di Pontedera, già vicario generale della diocesi di Pisa.
«Siamo a lavorare anche noi», è stata la replica della giudice che ieri mattina si è trovata con una lunga sequela di processi iscritti a ruolo, molti dei quali devono ancora iniziare e quindi sono stati smistati ad altri giudici in servizio in tribunale a Pisa.
A processo, per un reato che è stato commesso nel 2015 pochi mesi prima della morte del parroco, è un filippino, Emmanuel Averion, accusato di avere sottratto circa 2mila euro al religioso avendo usato la sua tessera bancomat. Lo straniero lavorava come badante a casa del religioso e quando l’uomo chiedeva aiuto al monsignore quest’ultimo cercava sempre di essere presente. Nessuno inizialmente si era accorto degli ammanchi dal conto corrente del parroco. Il badante, secondo le accuse, aveva trovato in casa la tessera bancomat e anche il relativo codice segreto e l’aveva usata per fare qualche prelievo ad insaputa del monsignore.
«Siamo rimasti tutti male per questa storia. In canonica sono arrivate multe – spiega l’aiutante del religioso oggi tra i testimoni dell’accusa al processo – che il filippino aveva preso con l’auto del proposto andando in giro fino in Puglia, nella terra di Padre Pio». –
S. C.
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